Mentre scrivo queste righe, lo shutdown del governo federale statunitense ha appena superato il quarantunesimo giorno consecutivo, stabilendo un primato nella storia americana che nessuno avrebbe voluto vedere. Il precedente record, trentacinque giorni tra dicembre 2018 e gennaio 2019 durante il primo mandato di Trump, sembrava già un episodio estremo di disfunzione politica. Eppure eccoci qui, nel novembre 2025, a osservare una paralisi istituzionale che sta producendo conseguenze misurabili non solo sulla macchina amministrativa federale, ma sull’intera economia americana e, di riflesso, sui mercati globali.

La buona notizia è arrivata nella notte tra domenica e lunedì: il Senato ha approvato con sessanta voti favorevoli e quaranta contrari un provvedimento che dovrebbe finalmente sbloccare la situazione. Otto senatori democratici e un indipendente si sono uniti ai repubblicani per avanzare un pacchetto di spesa che ora passa alla Camera dei Rappresentanti, dove lo speaker Mike Johnson ha promesso di mettere ai voti la proposta mercoledì. I modelli predittivi basati sui mercati assegnano attualmente una probabilità del novantadue percento che lo shutdown termini entro i prossimi cinque giorni. Ma prima di tirare un sospiro di sollievo, vale la pena analizzare cosa è realmente accaduto, quali danni sono stati inflitti all’economia e, soprattutto, quali lezioni possiamo trarre come investitori.

Come sempre accade in questi casi, le responsabilità sono condivise, anche se l’attribuzione della colpa è diventata essa stessa un campo di battaglia politico. I repubblicani controllano sia la Camera che il Senato, ma non dispongono dei sessanta voti necessari per superare il filibuster democratico al Senato. Questo ha creato una situazione di stallo in cui i democratici hanno posto come condizione principale per approvare la legge di bilancio l’estensione delle agevolazioni fiscali per le assicurazioni sanitarie previste dall’Affordable Care Act, il cosiddetto Obamacare, oltre a maggiori fondi per Medicaid.

L’amministrazione Trump, dal canto suo, si è dimostrata particolarmente intransigente. Il presidente ha dichiarato pubblicamente di non volersi “fare ricattare” dai democratici, sostenendo che avrebbe negoziato solo dopo la riapertura del governo. Una posizione che ricorda quella del 2018, quando un muro al confine con il Messico fu il pretesto per un blocco che durò oltre un mese. Questa volta, però, la posta in gioco appare ancora più alta, con implicazioni che toccano direttamente la sanità di milioni di americani e la stabilità di programmi assistenziali fondamentali.

Quando si parla di shutdown, è facile cadere nella trappola di considerarlo solo un problema politico o amministrativo. Ma i numeri raccontano una storia diversa, e sono numeri che noi investitori dobbiamo tenere bene a mente. Lo shutdown ha già sottratto circa zero virgola otto punti percentuali alla crescita trimestrale del PIL, equivalenti a circa cinquantacinque miliardi di dollari di produzione economica persa. Se questo dato vi sembra astratto, considerate che ogni settimana aggiuntiva di chiusura costa all’economia americana circa sette miliardi di dollari, pari allo zero virgola tredici percento della crescita annualizzata del PIL.

Ma la vera prospettiva inquietante emerge guardando agli scenari più pessimistici. Se lo shutdown si fosse protratto per due mesi, includendo interruzioni complete del programma SNAP per l’assistenza alimentare e riduzioni sostanziali del traffico aereo, l’impatto cumulativo avrebbe potuto raggiungere un punto otto – due percento del PIL trimestrale. Stiamo parlando di un impatto che va oltre i tipici shock recessivi. Non è un’esagerazione dire che avremmo potuto trovarci di fronte a una contrazione economica significativa causata esclusivamente da disfunzioni politiche.

I mercati hanno reagito positivamente all’annuncio del voto al Senato: i future sull’S&P 500 sono saliti dello zero virgola otto percento, quelli sul Nasdaq 100 hanno guadagnato un punto tre percento, e valute sensibili al rischio come il dollaro australiano si sono apprezzate. Tuttavia, come osservano correttamente gli analisti finanziari, si tratta di un “rally di sollievo” più che di una risoluzione fondamentale delle tensioni fiscali e politiche sottostanti. I mercati sono semplicemente ansiosi di riacquistare l’accesso ai dati macroeconomici, alle indicazioni della Federal Reserve e di vedere ridotta l’incertezza sulle prospettive economiche del quarto trimestre.

Quello che emerge dall’analisi dell’accordo raggiunto al Senato è che, in realtà, le questioni più spinose sono state semplicemente rinviate, non risolte. La proposta legislativa finanzia il governo solo fino al trenta gennaio 2026, il che significa che tra meno di tre mesi potremmo ritrovarci esattamente nella stessa situazione. È un cerotto su una ferita che richiede punti di sutura.

La questione più controversa riguarda i crediti d’imposta potenziati per i premi dell’Affordable Care Act, che scadono il trentuno dicembre 2025. L’accordo del Senato non estende questi sussidi; garantisce semplicemente una votazione entro metà dicembre, senza alcuna garanzia di approvazione. Questo rappresenta una capitolazione significativa da parte dei democratici, che avevano inizialmente posto l’estensione dei sussidi ACA come loro richiesta principale durante le negoziazioni sullo shutdown.

Il Congressional Budget Office stima che lasciare scadere i sussidi potenziati comporterebbe un aumento sostanziale dei premi assicurativi per milioni di americani. Senza i sussidi, si prevede che tre virgola otto milioni di americani in più rimarrebbero senza assicurazione entro il 2035, e i premi sanitari aumenterebbero sostanzialmente per gli attuali partecipanti al mercato. Lo speaker della Camera Johnson ha espresso pubblicamente scetticismo sul sostenere un’estensione, riducendo la probabilità di approvazione anche se il Senato dovesse votare sulla misura.

Un altro elemento che dovrebbe preoccupare chi osserva gli Stati Uniti non solo come mercato finanziario ma come sistema socio-economico è la sorte del programma SNAP, il Supplemental Nutrition Assistance Program. Durante lo shutdown, quarantadue milioni di americani hanno visto il loro sostegno alimentare diventare un ostaggio delle negoziazioni politiche. Sebbene il disegno di legge proposto garantisca esplicitamente il pieno finanziamento dello SNAP fino alla fine dell’anno fiscale 2026, il fatto stesso che durante la chiusura il governo abbia dovuto ricorrere a fondi di emergenza e ordinanze giudiziarie per inviare pagamenti parziali ai beneficiari stabilisce un precedente preoccupante.

Come investitori di lungo periodo, dovremmo chiederci cosa significhi vivere in un paese dove il sostegno alimentare essenziale può essere usato come merce di scambio politica. Non si tratta solo di una questione etica, ma di stabilità sociale ed economica. Un paese dove quarantadue milioni di persone dipendono da un programma che può essere sospeso a causa di beghe politiche è un paese con un livello di vulnerabilità strutturale che prima o poi si rifletterà anche sui fondamentali economici.

Una dimensione particolarmente inquietante di questo shutdown riguarda le azioni intraprese dall’amministrazione Trump nei confronti dei dipendenti federali. Circa quattromila notifiche formali di licenziamento, le cosiddette “Reduction in Force” o RIF, sono state emesse mentre il governo era chiuso. Un tribunale federale a San Francisco ha emesso un’ingiunzione preliminare che blocca indefinitamente questi licenziamenti, rilevando che le azioni dell’amministrazione erano “probabilmente illegali” e intraprese a scopo di “rappresaglia politica”.

La giudice distrettuale Susan Illston ha notato che l’amministrazione ha violato l’Administrative Procedure Act non fornendo un preavviso adeguato o l’opportunità di commentare, e che i licenziamenti sembravano mirare ai “programmi democratici” – linguaggio citato dalle dichiarazioni pubbliche dei funzionari dell’amministrazione. L’accordo del Senato include un impegno affinché i dipendenti federali in congedo ricevano gli arretrati per i salari persi, e richiede il reintegro della maggior parte dei dipendenti licenziati durante lo shutdown. Tuttavia, circa settecentotrentamila dipendenti hanno lavorato senza compenso per quarantuno giorni, creando difficoltà finanziarie genuine indipendentemente dal pagamento retroattivo.

Trump ha annunciato un bonus tra gli otto e i diecimila dollari per il personale della FAA e i controllori del traffico aereo che sono rimasti al lavoro durante lo shutdown. Questa iniziativa presenta diverse complicazioni che meritano un’analisi attenta. Prima di tutto, c’è la questione dell’autorizzazione legale: il Congresso non ha approvato fondi per questi bonus, e non è chiaro quale meccanismo di bilancio l’amministrazione intenda utilizzare per erogarli.

Ma il problema più profondo è di natura sistemica. L’offerta selettiva di bonus a certi lavoratori “patriottici” crea precedenti problematici. L’amministrazione ha contemporaneamente minacciato tagli salariali per i lavoratori che non sono tornati al lavoro – una minaccia che contraddice il diritto del lavoro federale e le migliori pratiche di gestione. Questo approccio “carota e bastone” rappresenta una politicizzazione senza precedenti della retribuzione federale. L’iniziativa dei bonus esemplifica un modello più ampio e preoccupante: l’uso dei meccanismi di compensazione come strumenti di lealtà politica piuttosto che di riconoscimento basato sul merito. Questo mina l’indipendenza professionale del servizio civile e crea incentivi perversi per comportamenti futuri durante le controversie.

Come investitori che operano principalmente sul mercato azionario americano, dobbiamo guardare oltre il sollievo immediato della potenziale riapertura del governo e concentrarci sulle vulnerabilità strutturali che questo shutdown ha rivelato. La vera fragilità oggi è istituzionale: un blocco prolungato rafforza la percezione di inefficienza del governo federale, con effetti sulla fiducia degli investitori globali che potrebbero manifestarsi gradualmente nel tempo.

La storia ci insegna che i mercati tendono a recuperare una volta superata la fase di stallo politico. Durante shutdown precedenti, l’S&P 500 ha registrato variazioni pressoché nulle durante il blocco, ma rialzi del tre percento a tre mesi e del sette percento a sei mesi dopo la riapertura del governo. Tuttavia, questo schema potrebbe non ripetersi meccanicamente se la frequenza e la durata degli shutdown continuano ad aumentare. Dal 1976 ci sono stati ventuno shutdown governativi, dimostrando la cronicità di questa disfunzione. Ma quello che stiamo vivendo ora sembra qualitativamente diverso: non è più un’eccezione nella governance americana, ma sta diventando una caratteristica ricorrente del sistema politico.

Il vero driver del mercato in questo momento non è tanto lo shutdown in sé, quanto la politica monetaria della Federal Reserve. Le attese erano per un possibile nuovo taglio dei tassi, ma l’incertezza causata dalla mancanza di dati su occupazione e inflazione durante lo shutdown potrebbe aver complicato le decisioni della Fed. In questo contesto, la diversificazione resta la chiave: l’oro e i settori difensivi possono offrire protezione durante periodi di incertezza istituzionale, mentre i settori ciclici potrebbero beneficiare di un eventuale allentamento monetario una volta che la situazione si stabilizzi.

Non possiamo ignorare le implicazioni politiche di questo shutdown, specialmente in vista delle elezioni di medio termine del 2026. L’accordo per porre fine allo shutdown avrà probabilmente un effetto misto sulla posizione politica del presidente Trump. Da un lato, la risoluzione gli consente di attribuirsi il merito della riapertura del governo e del ripristino dei servizi federali. Dall’altro, il danno politico causato dallo shutdown stesso, combinato con la narrativa democratica e la percezione pubblica, potrebbe minare la sua posizione in vista delle elezioni.

I sondaggi sull’approvazione pubblica di Trump sono diminuiti durante lo shutdown, con la maggior parte degli elettori che continua ad attribuire la responsabilità dell’impasse a lui e ai repubblicani del Congresso. La vittoria democratica nelle recenti elezioni e la loro capacità di forzare concessioni o mantenere l’unità durante lo shutdown ha rafforzato la loro narrativa, dipingendo Trump come divisivo e inefficace. I democratici attualmente detengono un vantaggio nelle preferenze per le corse congressuali, e lo shutdown sarà probabilmente utilizzato come questione centrale dai democratici, che metteranno in evidenza le interruzioni causate dalle politiche di Trump e le difficoltà economiche affrontate dagli americani comuni.

Per gli investitori, questa dinamica politica è rilevante perché le elezioni di midterm del 2026 potrebbero alterare significativamente l’equilibrio di potere a Washington. Un Congresso diviso o controllato dai democratici cambierebbe radicalmente le prospettive per la legislazione fiscale, la regolamentazione finanziaria e le politiche commerciali che hanno un impatto diretto sui mercati. La capacità di Trump di spostare l’attenzione su altre questioni, come l’economia o la sicurezza nazionale, sarà cruciale nei prossimi mesi, ma la memoria dello shutdown e del suo impatto potrebbe rappresentare una responsabilità persistente se i democratici riusciranno a mobilitarsi efficacemente attorno alle preoccupazioni sanitarie ed economiche.

L’aspetto più preoccupante di questo episodio non è tanto la durata dello shutdown in sé, quanto il fatto che la risoluzione non affronta le fratture politiche e fiscali sottostanti che l’hanno generato. L’accordo estende il finanziamento del governo solo fino al trenta gennaio 2026, il che garantisce virtualmente un’altra crisi degli stanziamenti alla fine di gennaio, ripetendo il ciclo di incertezza, interruzione economica e scontro politico. Il problema fondamentale persiste: il Congresso non riesce ad approvare i normali disegni di legge sugli stanziamenti entro i tempi richiesti, ricorrendo invece a risoluzioni continue che congelano la spesa ai livelli precedenti, rinviando le decisioni politiche.

Questo impedisce una razionale definizione delle priorità di bilancio e consente alle controversie politiche sostanziali di degenerare in crisi fiscali. L’erosione delle protezioni istituzionali, l’implementazione aggressiva di licenziamenti durante lo shutdown, le minacce di trattenere gli arretrati salariali e l’uso selettivo della compensazione dimostrano un’erosione delle salvaguardie istituzionali che tradizionalmente isolavano il servizio civile dalla manipolazione partigiana. Se queste pratiche diventassero normalizzate, minerebbero l’indipendenza istituzionale e l’integrità professionale della burocrazia federale.

Come investitori di lungo periodo che guardano all’America non solo come mercato ma come sistema economico e istituzionale, dobbiamo interrogarci su cosa significhi questa fragilità strutturale. La vulnerabilità dei programmi sanitari, dell’assistenza alimentare, dell’occupazione federale e delle operazioni aeroportuali a crisi fiscali ricorrenti suggerisce che l’America è entrata in una nuova fase di governance caratterizzata da instabilità istituzionale cronica piuttosto che da disfunzione temporanea.

La probabilità del novantadue percento che i mercati assegnano a una risoluzione dello shutdown entro cinque giorni riflette l’ottimismo che le interruzioni peggiori abbiano raggiunto il picco. Tuttavia, come abbiamo visto, la fragilità strutturale rivelata da questo shutdown va ben oltre la semplice chiusura temporanea del governo. Per chi opera sui mercati americani, specialmente con un orizzonte di medio-lungo periodo, ci sono alcune considerazioni pratiche da tenere a mente.

In primo luogo, la volatilità istituzionale è destinata a diventare un fattore ricorrente. La struttura politica americana, con il suo sistema di controlli ed equilibri che ora sembra produrre più blocchi che equilibri, suggerisce che episodi simili potrebbero ripetersi con frequenza crescente. Questo significa che strategie che incorporano protezione contro spike di volatilità politica, come l’allocazione in oro, asset difensivi o strategie di copertura, potrebbero diventare più importanti di quanto lo fossero in passato.

In secondo luogo, la dipendenza dei mercati dalla chiarezza dei dati economici e dalle indicazioni della Federal Reserve è stata messa in evidenza da questo shutdown. La sospensione della pubblicazione di dati cruciali sull’occupazione e sull’inflazione ha aumentato l’incertezza proprio nel momento in cui la Fed sta navigando decisioni complesse sulla politica monetaria. Per gli investitori, questo significa che periodi di shutdown potrebbero coincidere con maggiore volatilità nei mercati obbligazionari e valutari, oltre che azionari.

Infine, c’è la questione della percezione internazionale. Gli Stati Uniti hanno beneficiato per decenni dello status di “rifugio sicuro” per il capitale globale, basato sulla fiducia nelle loro istituzioni e nella stabilità della loro governance. Shutdown prolungati e ricorrenti, combinati con la politicizzazione crescente di funzioni governative fondamentali, potrebbero gradualmente erodere questa percezione. Non stiamo ancora vedendo effetti drammatici sulla domanda di asset americani, ma è un rischio che potrebbe materializzarsi nel tempo, specialmente se altri paesi o regioni offrissero alternative più stabili.

La domanda che dobbiamo porci come investitori attenti non è se questo specifico shutdown finirà – ormai sembra probabile che accada a breve – ma se il sistema politico americano sarà in grado di ricostituire processi di stanziamento funzionali e se gli attori politici accetteranno che certe funzioni, la sanità, l’assistenza alimentare, l’occupazione federale, devono essere protette dal conflitto partigiano. La risposta a queste domande determinerà non solo la frequenza degli shutdown futuri, ma anche la resilienza complessiva del sistema economico americano di fronte alle sfide che ci attendono.

Per il momento, continuiamo a monitorare attentamente gli sviluppi, consapevoli che dietro i numeri del PIL e le oscillazioni dell’S&P 500 si nasconde una questione più profonda sulla capacità di una delle principali democrazie mondiali di governarsi efficacemente. È una questione che merita la nostra attenzione non meno dei report sugli utili trimestrali o delle decisioni sui tassi di interesse della Federal Reserve.

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