Il 23 settembre 2025 l’oro ha raggiunto un nuovo massimo storico a $3,788.33 per oncia, segnando il decimo record del mese. Per chi come me segue i mercati da decenni, assistere a questa progressione è stato affascinante quanto inquietante, perché dietro ogni record dell’oro si nasconde invariabilmente una storia di incertezza sistemica.

La notizia che ha fatto da detonatore è arrivata nelle prime ore di contrattazione: Bloomberg ha riportato che la Banca Popolare Cinese starebbe valutando di diventare custode delle riserve auree straniere presso la sua sede di Pechino. In altre parole, altri paesi potrebbero acquistare oro e conservarlo in Cina, esattamente come fanno oggi con Regno Unito e Stati Uniti. La portata geopolitica di questa mossa è notevole e rappresenta l’ennesimo tassello nel riposizionamento globale degli equilibri di potere.

Ma questo record non nasce dal nulla. L’oro ha iniziato la sua corsa già a inizio 2025, quando il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha innescato una sequenza di eventi che ha scosso i mercati globali. Le tariffe doganali sono state lo strumento prediletto della nuova amministrazione: tariffe generalizzate su acciaio e alluminio, tariffe del 25% su Canada e Messico, minacce costanti all’Unione Europea. Il culmine è arrivato il 2 aprile, il cosiddetto “Liberation Day”, quando Trump ha annunciato tariffe che hanno portato i dazi sulle importazioni cinesi al 145%, con la Cina che ha risposto alzando i propri al 125%.

Chi opera sui mercati sa bene che l’oro ama l’incertezza. E il 2025 ne ha fornita in abbondanza. La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina ha raggiunto livelli che pochi mesi fa sembravano impensabili, mentre il dollaro americano ha iniziato un declino progressivo, toccando il minimo dell’anno a 96.56 il 16 settembre. Tradizionalmente, un dollaro debole rende l’oro più attraente, e così è stato.

Ma c’è un altro protagonista in questa storia, forse il più importante: le banche centrali. La Cina è stata il più grande acquirente di oro tra le banche centrali negli ultimi anni, e questo appetito insaziabile ha fornito un supporto strutturale al prezzo del metallo giallo. Secondo i dati del World Gold Council, nel 2024 le banche centrali hanno acquistato 1.044,6 tonnellate metriche di oro, segnando il terzo anno consecutivo sopra le 1.000 tonnellate. Nella prima metà del 2025, gli acquisti hanno già raggiunto 415,1 tonnellate.

David Barrett della EBC Financial Group lo ha detto chiaramente: “Vedo ancora gli acquisti delle banche centrali globali come il principale motore, come lo è stato negli ultimi 15 anni. Questa domanda rimuove offerta dal mercato. Sono i partecipanti buy-and-hold per eccellenza e stanno acquistando quantità massive.”

Per chi investe in azioni, comprendere la dinamica dell’oro è fondamentale. L’oro mantiene una relazione interessante con il mercato azionario: tendono a muoversi in sincronia durante i periodi di risk-on, quando gli investitori sono ottimisti, ma diventano inversamente correlati nei momenti di volatilità. Ed è proprio in questi momenti che l’oro tende a sovraperformare le azioni, guadagnandosi la reputazione di “ultimate safe haven”.

Il percorso che ha portato a questo record è stato tutt’altro che lineare. Ricordo bene quando nel marzo 2025 l’oro ha superato per la prima volta i $3,000, spinto dalle politiche tariffarie di Trump. Ad aprile ha toccato i $3,160 proprio in concomitanza con l’annuncio delle tariffe del “Liberation Day”. Poi, dopo un periodo di consolidamento durante l’estate, la corsa è ripresa a settembre, alimentata dalle aspettative sui tagli dei tassi della Federal Reserve. Al momento in cui scrivo, l’oro ha già superato la soglia psicologica dei $3,800, con quotazioni che hanno toccato i $3,856 nei futures di dicembre, portando la performance da inizio anno a un impressionante +43%.

La Fed ha infatti ridotto i tassi di 25 punti base il 17 settembre, una mossa ampiamente anticipata ma comunque significativa. I tassi più bassi rendono l’oro più attraente perché riducono il costo opportunità di detenere un asset che non produce interessi. E quando a questo si aggiungono un dollaro debole, turbolenze nei mercati obbligazionari e tensioni geopolitiche persistenti, si crea l’ambiente perfetto per il rally dell’oro. I dati sull’indice dei prezzi delle spese per consumi personali (PCE) pubblicati a fine settembre sono risultati in linea con le aspettative, rafforzando la fiducia del mercato in ulteriori tagli dei tassi nelle riunioni di ottobre e dicembre della Fed.

Vale la pena notare che il 7 settembre l’oro ha superato il suo massimo storico aggiustato per l’inflazione di $850 stabilito nel gennaio 1980. Quel record era rimasto un riferimento leggendario per generazioni di trader, e vederlo finalmente superato ha avuto un significato quasi simbolico.

Guardando al futuro, diversi fattori potrebbero continuare a supportare il prezzo dell’oro. Joe Cavatoni del World Gold Council ha sottolineato che “il rischio di mercato in particolare è un driver strategico chiave per il prezzo e la performance dell’oro”. E di rischi all’orizzonte ce ne sono parecchi: l’incertezza sulle tariffe, la possibilità di una recessione negli Stati Uniti, le tensioni geopolitiche che continuano a covare in varie parti del mondo.

Dal lato dell’offerta, la situazione non è particolarmente favorevole a un calo dei prezzi. I cinque maggiori produttori mondiali di oro sono Cina, Australia, Russia, Canada e Stati Uniti, e il consenso nel settore è che le grandi compagnie minerarie non hanno investito abbastanza nell’esplorazione negli ultimi anni. La produzione globale è scesa da circa 3.200-3.300 tonnellate metriche all’anno tra il 2018 e il 2020 a circa 3.000-3.100 tonnellate tra il 2021 e il 2022, anche se ha mostrato un recupero nel 2023 e 2024.

Dal lato della domanda, Cina e India rimangono i maggiori acquirenti di oro fisico, in una perenne competizione per il titolo di maggior consumatore mondiale. E a questo si aggiunge, come abbiamo visto, la domanda strutturale delle banche centrali.

Per chi gestisce portafogli azionari, l’oro rappresenta uno strumento di diversificazione cruciale. Non si tratta necessariamente di allocare percentuali massicce del proprio patrimonio sul metallo giallo, ma di riconoscerne il ruolo come hedge contro l’incertezza sistemica. In un mondo dove i rischi geopolitici sembrano moltiplicarsi e le politiche economiche diventano sempre più imprevedibili, avere una componente di oro nel portafoglio può offrire quella stabilità che le sole azioni, per quanto diversificate, non possono garantire.

Certo, bisogna essere consapevoli che il mercato dell’oro non è immune da manipolazioni. La storia recente ci ha insegnato che diverse banche sono state coinvolte in pratiche di manipolazione dei prezzi dell’oro e dell’argento tra il 2007 e il 2013, e casi più recenti, come la multa inflitta a JPMorgan Chase nel 2020, dimostrano che il problema non è stato completamente eradicato. Ma questo non toglie valore all’oro come asset class, semmai invita a una maggiore vigilanza.

La domanda che tutti si pongono ora è: fino a dove può arrivare l’oro? Alcuni analisti parlano di $5,000, altri di $10,000, c’è persino chi ipotizza $40,000. Personalmente, trovo questi numeri più esercizi teorici che previsioni realistiche nel breve termine. Ma ciò che conta davvero non è indovinare il prossimo target di prezzo, quanto piuttosto comprendere le dinamiche sottostanti che stanno spingendo l’oro sempre più in alto.

Siamo in un momento storico in cui l’ordine economico globale che abbiamo conosciuto dal dopoguerra sta subendo una trasformazione profonda. Le banche centrali stanno diversificando le loro riserve, i blocchi commerciali si stanno ridefinendo, la fiducia nel dollaro come unica valuta di riserva viene messa in discussione. In questo contesto, l’oro non è semplicemente un investimento: è un voto di sfiducia nel sistema esistente, un’assicurazione contro l’ignoto.

Per chi opera sui mercati azionari, ignorare questi segnali sarebbe miope. Non sto suggerendo di abbandonare le azioni per riversarsi sull’oro, ma di riconoscere che il record di settembre non è un evento isolato. È il sintomo di tensioni profonde che attraversano il sistema economico globale, e queste tensioni influenzeranno inevitabilmente anche i mercati azionari nei mesi e negli anni a venire.

In definitiva, il massimo storico dell’oro a $3,788.33 è molto più di un numero su uno schermo. È un messaggio che i mercati ci stanno inviando, e sarebbe saggio ascoltarlo.

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