Mentre scrivo queste righe, osservando i mercati che oscillano tra speranza e timore, non posso fare a meno di riflettere su quanto sta accadendo oltreoceano. La controversia sui documenti Epstein emersa dall’intervista di Tucker Carlson con Saagar Enjeti è solo la punta di un iceberg che dovrebbe preoccuparci tutti, non solo come cittadini del mondo, ma soprattutto come investitori che devono navigare in acque sempre più torbide.
Permettetemi di essere franco: ciò che sta accadendo negli Stati Uniti non è semplicemente un altro capitolo della loro turbolenta politica interna. È qualcosa di profondamente diverso, qualcosa che ricorda pericolosamente le derive autoritarie che abbiamo visto in altri paesi e che, inevitabilmente, hanno sempre avuto conseguenze devastanti sui mercati finanziari e sull’economia globale.
La questione Epstein, con il suo carico di misteri e contraddizioni, rivela un problema sistemico che va ben oltre lo scandalo in sé. Quando un procuratore generale passa dal dichiarare di avere “la lista dei clienti sulla scrivania” al ritrattare completamente, quando le agenzie di intelligence sembrano più interessate a proteggere sé stesse che a fare giustizia, siamo di fronte a un deterioramento istituzionale che non può non avere ripercussioni sui mercati.
Ma andiamo con ordine. L’amministrazione Trump, nei suoi primi cento giorni del secondo mandato, ha firmato 124 ordini esecutivi. Per darvi un termine di paragone, Biden ne aveva firmati 162 in quattro anni. Questa frenesia normativa, questo tentativo di governare per decreto, crea un ambiente di profonda incertezza normativa che è veleno puro per gli investimenti di lungo termine. Come possiamo pianificare strategie quinquennali quando le regole del gioco cambiano ogni settimana?
L’attacco sistematico alla magistratura federale è particolarmente preoccupante. Quando leggo che il Dipartimento di Giustizia ha intentato causa contro tutti i 15 giudici federali del Maryland, quando vedo il presidente chiedere l’impeachment di magistrati che osano contraddirlo, non posso non pensare a cosa significhi questo per la certezza del diritto, quella certezza su cui si fondano i contratti, le transazioni, l’intero sistema capitalistico.
Steven Levitsky di Harvard, che molti di voi conosceranno per il suo lavoro sulle democrazie in declino, afferma che gli Stati Uniti “non vivono più in una democrazia liberale”. Sono parole pesanti, pronunciate da uno studioso che ha dedicato la vita a studiare questi fenomeni. E quando oltre 500 politologi stimano che la performance democratica americana sia crollata da 67 a 55 punti in soli tre mesi, dovremmo tutti fermarci a riflettere.
Ma veniamo a ciò che più ci interessa: cosa significa tutto questo per i nostri portafogli? La storia ci insegna che i mercati possono tollerare molte cose – guerre, pandemie, crisi finanziarie – ma ciò che davvero li terrorizza è l’incertezza istituzionale. Quando le regole del gioco non sono più chiare, quando la magistratura perde indipendenza, quando il potere esecutivo si espande senza controlli, i capitali fuggono.
Guardate cosa è successo in Turchia quando Erdogan ha iniziato la sua deriva autoritaria, o in Ungheria con Orbán. I mercati hanno punito duramente questi paesi, le valute si sono svalutate, gli investimenti esteri sono crollati. E questi sono paesi relativamente piccoli. Immaginate cosa potrebbe accadere se gli Stati Uniti, cuore pulsante del capitalismo globale, dovessero seguire la stessa strada.
L’isolamento internazionale è un altro aspetto che dovrebbe preoccuparci. Le sanzioni contro i funzionari della Corte Penale Internazionale, gli attacchi ai meccanismi ONU per i diritti umani, il rifiuto sistematico del diritto internazionale – tutto questo sta erodendo la posizione americana nel mondo. E quando il dollaro perde il suo status di valuta di riserva globale, quando i Treasury bond non sono più considerati l’investimento più sicuro al mondo, le conseguenze per tutti noi saranno drammatiche.
La politicizzazione del Dipartimento di Giustizia, con il licenziamento degli avvocati che hanno lavorato sui casi del 6 gennaio e l’abbandono selettivo di alcune azioni penali, crea un precedente pericoloso. Quando la giustizia diventa uno strumento politico, quando le grandi corporation possono comprare l’impunità con il sostegno politico, siamo di fronte a un capitalismo clientelare che premia non l’efficienza e l’innovazione, ma la vicinanza al potere.
E poi c’è la questione dell’immunità presidenziale. La sentenza della Corte Suprema che garantisce al presidente un’immunità quasi totale per le sue azioni ufficiali crea un precedente che dovrebbe far tremare chiunque creda nel libero mercato. Un presidente che può agire senza timore di conseguenze legali può interferire con i mercati, favorire alcuni settori a scapito di altri, manipolare le politiche economiche per fini personali o politici.
Non voglio dipingere solo un quadro apocalittico. Come investitori, dobbiamo essere realisti ma anche opportunisti. Le crisi creano anche opportunità, per chi sa coglierle. La chiave è diversificare, geograficamente e settorialmente. L’Europa, nonostante i suoi problemi, sta mostrando una resilienza istituzionale che potrebbe renderla un rifugio interessante. L’Asia, con la sua crescita impetuosa ma anche le sue contraddizioni, offre opportunità per chi sa navigare la complessità.
L’oro, quella reliquia barbarica come la chiamava Keynes, sta tornando prepotentemente alla ribalta. Non è un caso. Quando la fiducia nelle istituzioni crolla, quando le valute fiat perdono credibilità, il metallo giallo torna a brillare. Ma attenzione: non sto suggerendo di convertire tutto in lingotti. La diversificazione resta la regola aurea.
Le criptovalute, con tutti i loro limiti e la loro volatilità, rappresentano un’interessante copertura contro il rischio sistemico. Bitcoin è nato proprio come risposta alla crisi finanziaria del 2008, come tentativo di creare un sistema monetario al di fuori del controllo statale. In un mondo dove i governi diventano sempre più autoritari, questa caratteristica potrebbe rivelarsi preziosa.
Per quanto riguarda l’azionario, bisogna essere selettivi. Le aziende con forti fondamentali, business model resilienti e soprattutto diversificazione geografica saranno quelle meglio posizionate per navigare la tempesta. Eviterei invece quelle troppo dipendenti da contratti governativi o da regolamentazioni favorevoli che potrebbero cambiare da un giorno all’altro.
La questione energetica merita un discorso a parte. L’amministrazione Trump ha sempre avuto un approccio favorevole ai combustibili fossili, ma in un mondo che si muove inesorabilmente verso la transizione energetica, puntare tutto sul petrolio potrebbe rivelarsi miope. Le rinnovabili, nonostante i venti contrari politici, rappresentano il futuro. E il futuro, prima o poi, arriva sempre.
Concludo con una riflessione personale. Ho vissuto abbastanza per vedere cadere muri che sembravano eterni e crollare sistemi che parevano indistruttibili. Ho imparato che nulla è permanente, nel bene e nel male. La democrazia americana ha superato prove durissime – la guerra civile, la grande depressione, il Watergate – e potrebbe superare anche questa. Ma non possiamo darlo per scontato.
Come investitori, il nostro compito è proteggere e far crescere il capitale che ci è stato affidato. In tempi di incertezza come questi, la prudenza non è vigliaccheria ma saggezza. Diversificare, mantenere liquidità, essere pronti a muoversi rapidamente quando le condizioni cambiano. E soprattutto, non farsi accecare dall’ideologia. I mercati non hanno bandiera, e il nostro primo dovere è verso i nostri investimenti e le nostre famiglie.
L’America che abbiamo conosciuto sta cambiando, forse in modo irreversibile. Ma il mondo è grande, le opportunità sono molte, e chi sa adattarsi prospererà anche in tempi difficili. La storia ce lo insegna: dalle ceneri delle crisi nascono sempre nuove opportunità. Sta a noi saperle cogliere.
In tempi come questi, restare informati non è solo utile, è essenziale. E ricordate: nel dubbio, la prudenza è sempre la scelta migliore. I mercati premiano chi sa aspettare il momento giusto, non chi si muove d’impulso.
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