Il mercato questa mattina sta parlando chiaro: +28% nel pre-market per Oracle dopo la pubblicazione dei risultati del primo trimestre fiscale 2026. Ma dietro questa impennata c’è molto più di una semplice trimestrale sopra le aspettative. Stiamo assistendo alla metamorfosi di un gigante tecnologico che sta ridefinendo il proprio destino nell’era dell’intelligenza artificiale.

A prima vista, i numeri potrebbero sembrare deludenti agli occhi di un investitore superficiale. Oracle ha registrato ricavi per 14,9 miliardi di dollari contro i 15,01 miliardi attesi dal consensus degli analisti, mancando l’obiettivo per appena 110 milioni. L’utile per azione non-GAAP di 1,47 dollari ha sfiorato il consensus di 1,48 dollari, rimanendo anche sotto il whisper number di 1,50 dollari che circolava tra gli addetti ai lavori più ottimisti.

Eppure, il titolo vola. Perché? La risposta sta in un numero che ha letteralmente mandato in estasi Wall Street: 455 miliardi di dollari di Remaining Performance Obligations (RPO), con una crescita stratosferica del 359% anno su anno. Per capire la portata di questo dato, basti pensare che stiamo parlando di contratti già firmati e sigillati, pronti per essere convertiti in ricavi futuri. È come avere una miniera d’oro con le coordinate precise di ogni filone.

Il segmento cloud di Oracle non sta semplicemente crescendo: sta esplodendo. Con 7,2 miliardi di dollari di ricavi cloud totali (+28% in dollari USA, +27% a valute costanti), l’azienda sta dimostrando che la sua strategia di trasformazione non è solo sulla carta, ma si traduce in risultati concreti e misurabili.

La vera storia di successo emerge quando scomponiamo questi numeri. L’Infrastructure as a Service (IaaS) ha generato 3,3 miliardi di dollari con una crescita esplosiva del 55%, mentre il Software as a Service (SaaS) ha portato a casa 3,8 miliardi con un più contenuto ma solido +11%. Questa dinamica rivela una strategia deliberata: Oracle sta puntando tutto sulla potenza computazionale necessaria per l’AI, posizionandosi come l’infrastruttura backbone della rivoluzione digitale in corso.

Il dato che più colpisce arriva dalle parole di Larry Ellison, Chairman e CTO: i ricavi del database multicloud da Amazon, Google e Microsoft sono cresciuti dell’incredibile 1.529% nel primo trimestre. Non è un errore di stampa. Stiamo parlando di una crescita a quattro cifre che testimonia come Oracle stia trasformando quello che un tempo poteva sembrare uno svantaggio competitivo – non avere il proprio ecosistema cloud dominante – in un vantaggio strategico, diventando il partner neutrale e tecnologicamente superiore per tutti i major player del settore.

“Abbiamo firmato quattro contratti multimiliardari con tre clienti diversi nel Q1”, ha dichiarato il CEO Safra Catz durante la conference call. Quattro contratti. Tre clienti. Una frase che racchiude anni di lavoro strategico e che spiega perché l’RPO sia letteralmente esploso. Ma Catz non si è fermata qui: “Nei prossimi mesi ci aspettiamo di aggiungere diversi altri clienti multimiliardari e l’RPO probabilmente supererà il mezzo trilione di dollari.”

Mezzo trilione di dollari. Per mettere questo numero in prospettiva, stiamo parlando di una cifra superiore al PIL di molte nazioni sviluppate. E non si tratta di previsioni o proiezioni: sono contratti con firma e timbro, revenue visibility che poche aziende al mondo possono vantare.

La fiducia di Catz si traduce in numeri concreti per il futuro. Oracle prevede che i ricavi del Cloud Infrastructure cresceranno del 77% quest’anno fiscale, raggiungendo i 18 miliardi di dollari, per poi salire a 32 miliardi, 73 miliardi, 114 miliardi e 144 miliardi nei quattro anni successivi. Una progressione che, se realizzata, porterebbe Oracle a competere direttamente con i giganti del cloud computing per dimensioni e influenza.

Larry Ellison, cofondatore e CTO della Oracle Corporation, ha dipinto un quadro affascinante del futuro durante la presentazione dei risultati. L’annuncio del servizio “Oracle AI Database” previsto per ottobre rappresenta potenzialmente una svolta epocale. L’idea è semplice nella sua genialità: permettere ai clienti di utilizzare il Large Language Model di loro scelta – che sia Gemini di Google, ChatGPT di OpenAI, o Grok di xAI – direttamente sui loro dati Oracle esistenti.

Questa mossa trasforma Oracle da fornitore di database a enabler dell’intelligenza artificiale per decine di migliaia di aziende che già utilizzano le sue soluzioni. Non si tratta più di competere con i provider di AI, ma di diventare il ponte essenziale che collega l’AI ai dati aziendali reali. “AI Changes Everything” ha concluso Ellison, e Oracle sembra intenzionata a essere il protagonista di questo cambiamento, non lo spettatore.

Scavando più in profondità nei risultati finanziari, emergono segnali contrastanti che meritano attenzione. I ricavi software tradizionali sono calati dell’1% a 5,7 miliardi di dollari, un trend che era atteso ma che comunque preoccupa per la velocità di transizione dal vecchio al nuovo modello di business. Tuttavia, questo declino è più che compensato dalla crescita esplosiva del cloud.

Il flusso di cassa operativo trailing twelve-months ha raggiunto 21,5 miliardi con una crescita del 13%, dimostrando che la generazione di cassa rimane solida nonostante gli investimenti massicci in infrastruttura cloud. Le spese in conto capitale sono aumentate significativamente a 8,5 miliardi nel trimestre (contro i 2,3 miliardi dell’anno precedente), riflettendo l’accelerazione degli investimenti in data center per supportare la domanda AI.

Un aspetto particolarmente interessante riguarda la guidance per l’EPS del secondo trimestre fiscale 2026: Oracle prevede un range di 1,58-1,62 dollari su base non-GAAP, suggerendo una crescita sequenziale robusta che dovrebbe tranquillizzare gli investitori preoccupati per i margini nel breve termine.

Dal punto di vista dell’investimento, Oracle presenta oggi un profilo di rischio-rendimento completamente trasformato rispetto anche solo a due anni fa. Il titolo ha dimostrato una volatilità contenuta negli ultimi 100 giorni, oscillando tra i 132 e i 257 dollari, con una tendenza generale al rialzo che riflette la crescente fiducia del mercato nella strategia cloud.

Il +28% del pre-market potrebbe sembrare eccessivo a prima vista, ma guardando ai fundamentals emergenti, la reazione appare giustificata. Con un RPO di 455 miliardi che fornisce visibility sui ricavi per i prossimi anni e una posizione di leadership emergente nell’infrastruttura AI, Oracle sta ridefinendo il proprio multiple di valutazione.

Tuttavia, gli investitori devono considerare alcuni rischi. La transizione dal software tradizionale al cloud comporta inevitabilmente pressioni sui margini nel breve termine, come evidenziato dalle massicce spese in conto capitale. La competizione nel cloud infrastructure rimane feroce, con Amazon AWS, Microsoft Azure e Google Cloud che non resteranno a guardare. Inoltre, l’execution risk è significativo: trasformare contratti multimiliardari in ricavi e profitti richiederà un’esecuzione operativa impeccabile.

Quello che emerge dai risultati del Q1 2026 è un’azienda che ha completato la sua metamorfosi strategica. Oracle non è più il vendor di database degli anni ’90 o la software house degli anni 2000. È diventata una infrastructure company dell’era AI, con una proposta di valore unica: essere il partner neutrale e tecnologicamente superiore in un mondo multicloud.

La strategia della neutralità competitiva – offrire servizi database su AWS, Google Cloud e Azure contemporaneamente – si sta rivelando vincente in un mercato che chiede sempre più flessibilità e interoperabilità. Le aziende non vogliono più essere prigioniere di un singolo ecosistema cloud; vogliono la libertà di scegliere il miglior servizio per ogni specifica esigenza.

Il timing non potrebbe essere migliore. Mentre l’AI genera una domanda insaziabile di potenza computazionale e gestione dati sofisticata, Oracle si trova nella posizione perfetta per cavalcare questa onda. I contratti multimiliardari firmati nel Q1 sono probabilmente solo l’inizio di una corsa all’oro digitale che vedrà le aziende investire massicciamente per non restare indietro nella rivoluzione AI.

Per gli investitori con una visione a lungo termine, Oracle rappresenta oggi una scommessa sulla trasformazione digitale accelerata dall’intelligenza artificiale. I numeri del Q1 2026 non sono solo risultati finanziari: sono la prova che questa scommessa sta iniziando a pagare in modo spettacolare. Il +28% di questa mattina potrebbe essere solo il primo assaggio di quello che il mercato è pronto a riconoscere a un’Oracle completamente reinventata per l’era dell’AI.

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Roberto Pecci
Roberto Pecci
10 Settembre 2025 14:21

Secondo voi quale può essere il reale tp di medio periodo del “nuovo Oracle”?

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