Quando si parla di strategie di trading, la domanda che ogni investitore si pone prima o poi è questa: conviene seguire il trend o puntare sui ritracciamenti? La risposta, come spesso accade sui mercati, non è così semplice come potrebbe sembrare. Dopo tredici anni passati a studiare, testare e implementare strategie di ogni tipo, posso dirvi con certezza che capire la differenza tra mean reversion e trend trading non è solo una questione accademica, ma rappresenta la chiave per costruire un approccio operativo realmente profittevole.

Il punto fondamentale da comprendere è che il mercato trascorre la maggior parte del suo tempo in una condizione di mean reversion, mentre solo per circa il venti percento del tempo si sviluppano trend realmente sfruttabili. Questo dato statistico, che molti trader ignorano completamente, dovrebbe farci riflettere seriamente su quale tipologia di strategia ci dia maggiori probabilità di successo nel lungo periodo.

Partiamo da una constatazione empirica che chiunque osservi i grafici può verificare autonomamente: i prezzi hanno una tendenza naturale a ritornare verso una media. Che si tratti di una media mobile, della linea centrale delle Bande di Bollinger o semplicemente del centro di un range, il mercato mostra continuamente questa caratteristica intrinseca. Quando osserviamo un grafico giornaliero, per esempio sul cambio dollaro-canadese, potremmo essere tentati di identificare un trend ribassista di lungo periodo. Ma se scendiamo sul time frame orario, quello che emerge è una realtà completamente diversa: il mercato sta semplicemente consolidando, muovendosi lateralmente da settimane.

Questa osservazione ci porta a una conclusione importante: la mean reversion non è qualcosa che accade solo quando il mercato è in range. Anche all’interno di un trend ben definito, i prezzi si muovono con un pattern a dente di sega, allontanandosi dalla media per poi ritornarvi. Prendiamo l’esempio di una media mobile a ventiquattro periodi su un grafico daily: vedremo il prezzo spingersi verso il basso, poi ritracciare verso la media, nuovamente allontanarsi e ancora tornare indietro. Questo movimento perpetuo di allontanamento e ritorno costituisce l’essenza stessa della mean reversion.

Le Bande di Bollinger rappresentano un esempio perfetto di come funziona la mean reversion. La banda centrale è una media mobile, mentre le bande esterne si trovano a due deviazioni standard da questa media. Quando il prezzo raggiunge una delle bande esterne, significa che si è allontanato statisticamente troppo dalla sua media, e la probabilità di un ritorno verso il centro aumenta considerevolmente.

La distinzione fondamentale tra queste due filosofie operative non risiede tanto nella direzione del trade quanto nella gestione del rischio e del rendimento. Un trader che adotta una strategia di trend following cerca di catturare movimenti ampi, con rapporti rischio-rendimento che possono arrivare a cinque-a-uno o addirittura dieci-a-uno. L’obiettivo è individuare quel momento magico in cui il mercato rompe un range e parte in una direzione ben definita, cavalcando poi quel movimento fino alla sua conclusione naturale.

Il problema di questo approccio è evidente quando lo mettiamo alla prova della realtà. Immaginiamo di applicare una strategia trend following su un mercato che sta effettivamente sviluppando un trend ribassista significativo. Entriamo short quando il prezzo rompe al ribasso, con uno stop loss posizionato qualche punto sopra il nostro ingresso e un target profit che ci garantisca un rapporto di cinque-a-uno. Perfetto, il mercato continua a scendere e dopo diversi mesi raggiungiamo il nostro target. Abbiamo guadagnato, certo, ma in quanto tempo? Se operiamo su grafici daily, potrebbe volerci un anno intero per vedere materializzarsi quel profitto.

Confrontiamo ora questo scenario con un approccio basato sulla mean reversion. Utilizziamo lo stesso mercato ribassista, ma invece di cercare di catturare l’intero movimento, ci concentriamo sui ritracciamenti. Ogni volta che il prezzo si allontana eccessivamente dalla sua media mobile e mostra segni di inversione, entriamo short con un target molto più modesto, diciamo uno-virgola-due-a-uno. In quello stesso anno in cui il trend follower ha realizzato una singola operazione vincente, noi potremmo averne chiuse dieci, quindici, magari venti. Alcune ci avranno dato piccole perdite, certo, ma la maggior parte ci avrà portato profitti rapidi e ripetuti.

Qui arriviamo al cuore della questione: le strategie di mean reversion tipicamente puntano a rapporti rischio-rendimento compresi tra uno-virgola-due e uno-virgola-cinque a uno. Possono sembrare modesti, soprattutto se confrontati con i rapporti a cui aspirano i trend follower, ma la frequenza delle operazioni e l’alta percentuale di successo ribaltano completamente l’equazione della profittabilità.

La matematica del trading ci dice che se abbiamo una strategia con un tasso di successo del cinquantacinque percento e un rapporto rischio-rendimento di uno-virgola-due a uno, siamo già in territorio profittevole. Aumentiamo quel rapporto a uno-virgola-cinque mantenendo lo stesso win rate e i profitti cominciano a diventare davvero interessanti. Il bello delle strategie mean reversion è che, proprio perché il mercato passa l’ottanta percento del tempo in questa condizione, le opportunità operative si moltiplicano in modo esponenziale rispetto alle strategie trend following.

Vediamo ora come possiamo tradurre questi concetti in regole operative concrete. Una delle strategie di mean reversion più classiche e affidabili utilizza le Bande di Bollinger. Il principio è semplice ma efficace: quando il prezzo esce al di fuori della banda superiore o inferiore, si trova in una condizione di estensione statistica. A questo punto non entriamo immediatamente, ma aspettiamo un segnale di inversione: un pattern candlestick come uno shooting star, un engulfing bearish o un doji che ci indica un possibile ritorno verso la media.

Prendiamo un esempio concreto su un grafico orario. Il prezzo spinge al rialzo oltre la banda superiore di Bollinger e forma uno shooting star. A questo punto impostiamo un ordine pendente sell appena sotto il minimo di quella candela, con uno stop loss sopra il massimo. Il nostro target? La linea centrale delle Bande di Bollinger, che rappresenta la media verso cui il prezzo tende naturalmente a tornare. Questo setup ci garantisce un rapporto rischio-rendimento che oscilla tipicamente tra uno-virgola-due e uno-virgola-cinque, e la percentuale di successo è notevolmente alta proprio perché stiamo operando nella direzione della naturale tendenza del mercato a mean revertire.

Un altro approccio molto efficace prevede l’utilizzo dell’RSI per identificare condizioni di ipercomprato o ipervenduto. Quando l’RSI scende sotto trenta, il mercato ci sta dicendo che si è spinto troppo in territorio oversold. Non compriamo subito al primo segnale, ma aspettiamo che l’RSI ritorni sopra i trenta o, meglio ancora, sopra i quaranta, confermando che il movimento di ritorno verso la media è effettivamente iniziato. Anche in questo caso, il target non sarà eccessivamente ambizioso: puntiamo a un RSI che ritorni verso cinquanta, che rappresenta l’equilibrio, e chiudiamo lì la posizione.

Una domanda che mi viene posta spesso riguarda lo scaling delle posizioni. Cosa succede se il mercato continua ad andare contro di noi dopo il nostro ingresso? In una strategia mean reversion tradizionale, molti trader utilizzano semplicemente uno stop loss perché il tasso di successo è così alto che non sentono la necessità di mediare il prezzo. Tuttavia, c’è un approccio più sofisticato che può funzionare molto bene: l’aggiunta di posizioni successive.

Il concetto è questo: se entro con una posizione e il mercato continua ad estendersi contro di me, invece di chiudere in perdita posso aggiungere una seconda posizione. Questo sposta il mio prezzo medio di carico e riduce la distanza che il mercato deve percorrere per tornare in pari. Naturalmente questo approccio richiede una gestione del rischio estremamente rigorosa e dimensionamenti iniziali delle posizioni molto conservativi, perché il rischio complessivo aumenta ad ogni aggiunta. Ma quando applicato correttamente, può trasformare operazioni potenzialmente perdenti in operazioni vincenti.

Detto questo, sarebbe un errore pensare che le strategie di trend following siano completamente da scartare. Ci sono momenti e condizioni di mercato in cui seguire il trend diventa l’approccio più sensato. Il problema è che molti trader applicano strategie trend following in modo indiscriminato, senza verificare se il mercato si trova effettivamente in una fase di tendenza ben definita o se invece sta semplicemente lateralizzando.

Il trend trading funziona quando riusciamo ad identificare una rottura reale di un range di consolidamento e il successivo sviluppo di un movimento direzionale sostenuto. In questi casi, entrare sulla rottura con uno stop relativamente stretto e un target ambizioso può portare a profitti molto significativi. Ma dobbiamo essere onesti con noi stessi: queste opportunità sono rare. E mentre aspettiamo che si materializzino, potremmo subire numerosi stop loss su falsi segnali di breakout.

La realtà è che durante la fase di consolidamento che precede un breakout, un trader mean reversion potrebbe aver già realizzato molteplici operazioni profittevoli, comprando ai minimi del range e vendendo ai massimi, o viceversa. Quando finalmente arriva il breakout e il trend follower entra in posizione, chi opera con logica mean reversion può semplicemente astenersi dal trading fino a quando il mercato non entrerà nuovamente in una fase di consolidamento al nuovo livello di prezzo.

Un aspetto cruciale che determina il successo di una strategia di trading è l’allineamento tra la filosofia operativa e il time frame utilizzato. Le strategie di mean reversion tendono a funzionare particolarmente bene sui time frame più brevi, come il quindici minuti o l’orario, dove le oscillazioni attorno alla media sono frequenti e ben definite. Questo le rende ideali per chi vuole operare in modo più attivo, magari completando diverse operazioni nell’arco di una singola giornata di trading.

Le strategie trend following, per loro natura, richiedono time frame più ampi per esprimere tutto il loro potenziale. Un grafico daily o weekly è più appropriato per identificare i trend di fondo e per avere la pazienza di lasciare correre i profitti. Ma questa pazienza ha un costo: mentre teniamo aperta una posizione per settimane o mesi sperando di catturare un grande movimento, il nostro capitale è immobilizzato e non possiamo sfruttare altre opportunità che il mercato ci presenta.

C’è un altro elemento che dovrebbe guidare la nostra scelta tra mean reversion e trend trading: la volatilità. In generale, quando la volatilità è elevata, le strategie di mean reversion tendono a funzionare meglio perché le oscillazioni attorno alla media sono più ampie e quindi più facilmente sfruttabili. Al contrario, in fasi di bassa volatilità, quando il mercato si muove in range molto stretti, le strategie di breakout e trend following potrebbero offrire migliori opportunità.

Possiamo misurare la volatilità in diversi modi: l’Average True Range è probabilmente lo strumento più semplice ed efficace. Quando l’ATR è in espansione, significa che il mercato sta diventando più volatile, ed è il momento ideale per applicare strategie mean reversion. Se invece l’ATR si contrae e le Bande di Bollinger si restringono in quello che viene chiamato uno “squeeze”, potremmo essere di fronte all’anticamera di un breakout, e quindi conviene prepararsi per una strategia trend following.

C’è un aspetto psicologico fondamentale che rende le strategie trend following particolarmente difficili da gestire per la maggior parte dei trader: la frustrazione delle perdite consecutive. Quando applichiamo una strategia di breakout, è assolutamente normale subire diversi stop loss consecutivi prima di catturare finalmente il movimento giusto. Il mercato rompe un livello, noi entriamo long, e veniamo immediatamente stoppati. Rompe di nuovo, entriamo ancora, altro stop loss. E questo può ripetersi cinque, sei, sette volte prima che finalmente parta un movimento vero.

La maggior parte dei trader non ha la disciplina psicologica per sopportare questa sequenza di perdite consecutive, anche se sa razionalmente che fa parte del gioco. Dopo il terzo o quarto stop loss, comincia a dubitare della strategia, modifica le regole al volo, o peggio ancora smette completamente di operare proprio quando sta per arrivare il trade vincente che avrebbe ripagato tutte le perdite precedenti.

Le strategie mean reversion, al contrario, offrono una gratificazione molto più frequente. Certo, anche qui ci sono perdite, ma vengono inframmezzate da numerose operazioni vincenti che mantengono alta la motivazione e la fiducia nella strategia. Dal punto di vista puramente psicologico, è molto più facile mantenere la disciplina quando si ottengono piccole vittorie ripetute piuttosto che quando si attraversano lunghe serie di perdite in attesa del grande colpo.

Ora la domanda che sorge spontanea è: dobbiamo per forza scegliere tra mean reversion e trend trading? La risposta è no. Un approccio più maturo e sofisticato prevede l’utilizzo di entrambe le filosofie, applicandole nei contesti più appropriati. La chiave sta nel riconoscere in che fase si trova il mercato e adattare di conseguenza la nostra strategia.

Possiamo utilizzare indicatori di trend come le medie mobili a lungo termine per determinare la direzione di fondo del mercato. Se il prezzo si trova sopra la media mobile a duecento periodi, sappiamo che il bias di lungo periodo è rialzista. A questo punto, invece di cercare di shortare i massimi del range come farebbe un puro mean reverter, possiamo concentrarci esclusivamente sugli ingressi long nei ritracciamenti. In questo modo combiniamo il meglio dei due mondi: seguiamo il trend di fondo ma entriamo sfruttando la mean reversion di breve periodo.

Questo approccio ibrido ci permette di evitare uno degli errori più comuni dei trader mean reversion puri: quello di continuare a comprare in un mercato che sta effettivamente entrando in un trend ribassista violento. Se abbiamo un filtro di trend che ci dice “il mercato è in downtrend, quindi niente long”, ci proteggiamo da quelle situazioni in cui il prezzo continua ad allontanarsi dalla media senza tornare indietro, segno che qualcosa di strutturale è cambiato nel sentiment del mercato.

Prima di implementare qualsiasi strategia, che sia mean reversion o trend following, c’è un passaggio assolutamente imprescindibile: il backtesting. Non possiamo sapere se una strategia funziona davvero finché non la testiamo su un campione statisticamente significativo di dati storici. E qui arriviamo a un punto cruciale: dobbiamo definire con precisione quale sia il nostro target di profitto.

Se stiamo costruendo una strategia mean reversion basata sulle Bande di Bollinger, per esempio, dobbiamo testare sistematicamente diverse varianti. Quante volte un ingresso fuori dalle bande ci avrebbe dato un profitto di uno-a-uno? E di uno-virgola-due-a-uno? Di uno-virgola-cinque? Solo analizzando i dati storici possiamo determinare quale rapporto rischio-rendimento massimizza la nostra aspettativa matematica di profitto.

Non basta dire “userò un target di due-a-uno perché suona bene”. Dobbiamo verificare che storicamente, nelle condizioni che la nostra strategia identifica come opportunità di ingresso, il mercato abbia effettivamente raggiunto quel target una percentuale di volte sufficiente a renderci profittevoli. Se scopriamo che il mercato raggiunge un target di due-a-uno solo nel quaranta percento dei casi, mentre raggiunge un target di uno-virgola-due nel settantacinque percento dei casi, la scelta è ovvia: il target più piccolo ci darà una aspettativa di profitto molto migliore.

Un backtest serio non si limita a testare la strategia su un singolo strumento o su un singolo periodo temporale. Dobbiamo verificare la robustezza del nostro approccio applicandolo a diversi mercati e a diverse fasi storiche. Una strategia mean reversion che funziona magnificamente sull’S&P 500 potrebbe fallire miseramente su una singola azione volatile. Allo stesso modo, una strategia che ha dato risultati eccellenti nel periodo 2015-2020 potrebbe crollare durante una fase di alta volatilità come quella del 2020-2021.

La diversificazione del backtest ci protegge dal rischio di curve-fitting, ovvero dall’ottimizzazione eccessiva su un dataset specifico. Una strategia veramente solida dovrebbe mostrare profittabilità consistente su un’ampia gamma di mercati e periodi temporali, anche se la performance specifica può variare. Se scopriamo che la nostra strategia funziona solo in condizioni molto specifiche, probabilmente non abbiamo una strategia robusta ma solo un artefatto statistico che non sopravviverà al trading reale.

Dopo anni di osservazione e di esperienza diretta, ho identificato alcuni errori ricorrenti che i trader commettono quando cercano di implementare strategie di mean reversion o trend trading. Il primo, e forse il più grave, è quello di mischiare le logiche operative. Si entra con una logica mean reversion, aspettandosi un rapido ritorno alla media, ma poi si imposta un target da trend follower a cinque-a-uno. Il risultato è che si finisce per subire molte perdite perché il mercato raggiunge la media (dove avremmo dovuto chiudere) e poi torna indietro, colpendo il nostro stop loss.

Un altro errore comune è quello di non rispettare la propria gestione del rischio quando la strategia attraversa un periodo di drawdown. Tutti i sistemi di trading, anche quelli più profittevoli, attraversano fasi difficili. La tentazione di aumentare la size per “recuperare” le perdite è fortissima, ma è anche il modo più sicuro per trasformare un drawdown temporaneo in una catastrofe permanente. La disciplina nel mantenere costante il proprio rischio per operazione, indipendentemente dai risultati recenti, è ciò che separa i trader professionisti dagli eterni perdenti.

Un terzo errore riguarda l’overtrading nelle strategie mean reversion. Il fatto che le opportunità siano frequenti non significa che dobbiamo entrare su ogni singolo segnale. La qualità del setup conta sempre più della quantità. Se le condizioni non sono ottimali, se la volatilità è troppo bassa, se c’è un evento di rischio imminente come un dato macroeconomico importante, è meglio stare fuori dal mercato piuttosto che forzare un’operazione che non ha tutte le caratteristiche che la nostra strategia richiede.

Alla luce di tutto quanto abbiamo discusso, quale dovrebbe essere il nostro approccio? Personalmente, dopo tredici anni di trading e di test, sono arrivato alla conclusione che per la maggior parte dei trader retail, le strategie mean reversion offrono un edge più facilmente sfruttabile rispetto al trend following. Il motivo è semplice: statisticamente il mercato passa l’ottanta percento del tempo in condizione di mean reversion, e questo ci dà molte più opportunità di entrare con il vento a favore.

Questo non significa che il trend following non funzioni. Funziona eccome, ma richiede una disciplina psicologica ferrea, la capacità di sopportare lunghi periodi di perdite consecutive, e soprattutto la pazienza di aspettare le condizioni giuste. Per chi ha un lavoro a tempo pieno e può dedicare al trading solo una parte limitata del proprio tempo, catturare i trend diventa ancora più difficile perché richiede un monitoraggio costante e una disponibilità a tenere posizioni aperte per lunghi periodi.

Le strategie mean reversion, al contrario, si prestano molto bene a un approccio più strutturato e meno time-intensive. Possiamo definire regole precise, impostare ordini pendenti, e lasciare che il mercato faccia il suo corso. Il tasso di successo più alto ci dà la gratificazione psicologica necessaria per mantenere la disciplina, e la frequenza delle operazioni ci permette di costruire un track record statisticamente significativo in tempi relativamente brevi.

Detto questo, l’approccio ideale rimane quello ibrido: utilizzare filtri di trend per identificare la direzione di fondo del mercato e poi applicare tecniche mean reversion per ottimizzare gli ingressi. In questo modo combiniamo il meglio di entrambi i mondi, riducendo il rischio di trovarci contro un trend forte mentre cerchiamo di comprare i ribassi o vendere i rialzi. E ricordiamoci sempre che non esiste il Santo Graal del trading: qualsiasi strategia attraverserà periodi difficili. La chiave non sta nel trovare la strategia perfetta che non perde mai, ma nel costruire un sistema robusto che nel lungo periodo ci dia un edge statistico positivo, e poi nell’avere la disciplina di seguirlo con costanza.

Il mercato continuerà a oscillare tra fasi di trend e fasi di consolidamento, tra espansioni di volatilità e compressioni. La nostra capacità di adattarci a queste diverse condizioni, riconoscendo quando applicare una logica piuttosto che l’altra, determinerà in ultima analisi il nostro successo come trader. E soprattutto, dobbiamo sempre ricordare che il trading non è una gara di velocità ma una maratona: non conta chi guadagna di più in una singola operazione, ma chi riesce a rimanere profittevole mese dopo mese, anno dopo anno.

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