Nel panorama economico globale contemporaneo si confrontano due paradigmi fondamentalmente diversi nel rapporto tra impresa, profitto e occupazione. Da una parte, il modello cinese del “capitalismo di Stato” che privilegia la stabilità occupazionale come strumento di coesione sociale, dall’altra l’approccio occidentale basato sulla “shareholder primacy” che antepone la massimizzazione del valore per gli azionisti. Questa divergenza filosofica non rappresenta semplicemente una differenza di politiche economiche, ma riflette concezioni profondamente diverse del ruolo dell’impresa nella società e della funzione che il lavoro dovrebbe svolgere nella vita dei cittadini.
L’approccio cinese all’economia e al lavoro affonda le radici nel concetto marxista del “diritto al lavoro” e nell’esperienza storica della “ciotola di ferro” (tiefanwan), che garantiva l’occupazione a vita nelle imprese statali durante il periodo maoista. Sebbene questo sistema sia stato ampiamente riformato dagli anni Ottanta, i suoi principi fondamentali continuano a influenzare le politiche economiche contemporanee di Pechino.
I dati raccolti dalla Stanford University rivelano che tra il 2007 e il 2018, i sussidi diretti del governo cinese alle imprese quotate sono aumentati di oltre sette volte, passando da 4 miliardi a 29 miliardi di dollari. Nel 2022, secondo il database economico di Bruegel, più del 99% delle aziende quotate cinesi ha ricevuto sussidi governativi diretti, per un totale di 35,3 miliardi di euro. Questi numeri testimoniano un impegno sistematico e massiccio dello Stato nel sostenere l’occupazione attraverso il supporto alle imprese.
La ricerca condotta da Lee Branstetter, Guangwei Li e Mengjia Ren ha evidenziato un aspetto cruciale di questa strategia: i sussidi vengono concessi principalmente sulla base delle dimensioni aziendali e non della produttività. Le aziende più grandi hanno maggiori probabilità di ricevere finanziamenti statali, anche quando sono meno efficienti dei loro concorrenti più piccoli. Questo apparente paradosso economico trova la sua logica nella priorità attribuita dal governo cinese alla stabilità sociale attraverso il mantenimento dell’occupazione.
L’analisi dei dati dimostra che le aziende che ricevono sussidi registrano un temporaneo aumento dell’occupazione al momento dell’erogazione dei fondi, seguito spesso da una riduzione nell’anno successivo. Questa dinamica suggerisce che le imprese manipolino strategicamente i numeri occupazionali per accedere ai finanziamenti governativi, fenomeno che le autorità cinesi sembrano tollerare in funzione dell’obiettivo più ampio di garantire stabilità sociale ed economica.
Le imprese statali cinesi (SOE), che nel 2019 rappresentavano il 4,5% dell’economia globale con asset totali di 78,08 trilioni di dollari, svolgono un ruolo centrale in questa strategia. Novantuno di queste aziende figurano nella lista Fortune Global 500 del 2020, e il loro mandato va ben oltre la semplice massimizzazione del profitto. Come documentato dalla ricerca, le SOE sono espressamente incaricate di fornire stabilità occupazionale, mantenere prezzi bassi per i beni essenziali e sostenere lo sviluppo delle province interne meno sviluppate attraverso investimenti infrastrutturali.
Il sistema cinese dal 2020 dirige le imprese statali ad assumere più laureati universitari per contrastare la disoccupazione giovanile, che ha raggiunto livelli record del 21,3% nel giugno 2023 prima che il governo sospendesse temporaneamente la pubblicazione di questi dati. Anche con la nuova metodologia di calcolo introdotta nel 2024, che esclude gli studenti dalle statistiche, il tasso di disoccupazione giovanile si mantiene intorno al 16-17%, tre volte superiore al tasso di disoccupazione generale del 5,1%.
L’Occidente, e in particolare gli Stati Uniti, opera secondo il paradigma della “shareholder primacy” teorizzato da Milton Friedman negli anni Settanta. Secondo questa filosofia, l’unica responsabilità sociale dell’impresa è massimizzare i profitti per gli azionisti, nella convinzione che la “mano invisibile” del mercato provvederà automaticamente a ottimizzare i risultati per l’intera società.
I dati sui licenziamenti del 2024-2025 negli Stati Uniti illustrano chiaramente come questo approccio si traduca nella pratica. Nel settore tecnologico americano, almeno 95.000 lavoratori sono stati licenziati nel 2024, con tagli che continuano nel 2025. Aziende come Intel hanno annunciato l’eliminazione di 24.000 posti di lavoro, passando da 99.500 a 75.000 dipendenti in quella che viene descritta come una delle più significative ristrutturazioni della storia dell’azienda. General Motors prevede di licenziare 1.000 dipendenti per ridurre i costi fissi di 2 miliardi di dollari entro la fine del 2024, mentre Nissan ha annunciato una riduzione globale di 9.000 dipendenti, pari al 6% della forza lavoro.
Questi licenziamenti vengono giustificati dalle aziende come necessari per mantenere la competitività, ridurre i costi e massimizzare il valore per gli azionisti. La logica sottostante è che mercati del lavoro flessibili permettano una più efficiente allocazione delle risorse umane, con i lavoratori che dovrebbero rapidamente trovare nuove opportunità in settori in crescita.
Il sistema occidentale presenta una rete di sicurezza sociale relativamente limitata rispetto al coinvolgimento diretto del governo nel mantenimento dell’occupazione. I sussidi di disoccupazione e i programmi di riqualificazione professionale esistono, ma l’approccio filosofico resta fondamentalmente diverso: anziché prevenire i licenziamenti attraverso il sostegno alle imprese, si cerca di gestirne le conseguenze attraverso il supporto temporaneo ai disoccupati.
La ricerca del Center for Strategic and International Studies evidenzia come le politiche che premiano la massimizzazione del valore per gli azionisti nel breve termine abbiano incoraggiato la delocalizzazione della produzione verso economie a basso costo salariale e ridotto gli investimenti interni in una forza lavoro tecnicamente qualificata. Questo fenomeno ha contribuito alla perdita di leadership tecnologica e manifatturiera in settori strategici.
Il sistema cinese offre evidenti benefici in termini di stabilità sociale ed economica. La garanzia di occupazione riduce l’ansia sociale e permette una pianificazione a lungo termine sia per i lavoratori che per le famiglie. Questo approccio ha contribuito alla straordinaria crescita economica cinese degli ultimi quarant’anni, consentendo al Paese di diventare la seconda economia mondiale.
La strategia di mantenere artificialmente alti i livelli occupazionali ha permesso alla Cina di sviluppare competenze manifatturiere avanzate e di scalare rapidamente settori tecnologici strategici. Il sostegno governativo ha consentito ad aziende come BYD di ricevere sussidi per 1,6 miliardi di euro nel solo 2022 per i veicoli elettrici, permettendo al Paese di dominare questo mercato emergente.
Il modello cinese dimostra particolare efficacia nei periodi di crisi economica, quando la capacità dello Stato di mantenere l’occupazione attraverso il sostegno alle imprese può prevenire il collasso sociale e accelerare la ripresa economica. Durante la pandemia di COVID-19, questa strategia ha contribuito a mantenere la stabilità sociale in Cina.
Tuttavia, la ricerca di Stanford rivela chiaramente che questa strategia comporta significativi costi in termini di efficienza economica. Le aziende che ricevono sussidi mostrano una diminuzione della crescita della produttività e solo modesti aumenti nella spesa per ricerca e sviluppo. Il sostegno indiscriminato alle imprese sulla base delle dimensioni piuttosto che delle performance crea distorsioni di mercato che possono danneggiare la competitività a lungo termine.
Il sistema genera inoltre problemi di “azzardo morale”, con le imprese che manipolano i dati occupazionali per accedere ai finanziamenti governativi, come evidenziato dai temporanei aumenti di assunzioni seguiti da rapide riduzioni. Questo comportamento mina l’efficacia delle politiche e spreca risorse pubbliche.
La sostenibilità fiscale rappresenta un’altra preoccupazione crescente. Il massiccio impegno di risorse pubbliche per sostenere l’occupazione potrebbe diventare insostenibile nel lungo termine, specialmente considerando l’invecchiamento demografico della Cina e la necessità di finanziare un sistema di welfare più ampio.
Il sistema occidentale basato sulla shareholder primacy presenta indubbi vantaggi in termini di efficienza allocativa. I mercati del lavoro flessibili permettono una rapida riallocazione delle risorse umane dai settori in declino a quelli in crescita, favorendo l’innovazione e l’adattamento tecnologico.
La pressione competitiva spinge le aziende a innovare costantemente e a migliorare l’efficienza, generando benefici per i consumatori attraverso prezzi più bassi e prodotti migliori. Il sistema premia il merito e l’efficienza, incentivando sia le imprese che i lavoratori a massimizzare le proprie performance.
La flessibilità del sistema occidentale si è dimostrata particolarmente efficace nell’adattarsi ai rapidi cambiamenti tecnologici, come evidenziato dalla capacità degli Stati Uniti di mantenere la leadership in settori come l’intelligenza artificiale e i servizi digitali.
Tuttavia, il focus esclusivo sul valore per gli azionisti presenta crescenti criticità. La ricerca evidenzia come questo approccio abbia contribuito all’aumento delle disuguaglianze di reddito e ricchezza, all’erosione della classe media e alla crescente polarizzazione sociale.
Il privilegiare i profitti a breve termine ha portato alla delocalizzazione massiccia della produzione, minando la base manifatturiera e tecnologica di molti Paesi occidentali. Questo fenomeno ha reso le economie occidentali più vulnerabili alle disruzioni delle catene di approvvigionamento globali, come evidenziato durante la pandemia.
L’instabilità occupazionale genera inoltre costi sociali significativi, dall’aumento dello stress e dei problemi di salute mentale alla difficoltà per i lavoratori di pianificare investimenti a lungo termine come l’acquisto di una casa o la formazione di una famiglia.
Per gli investitori operanti sui mercati globali, comprendere queste differenze filosofiche è cruciale per valutare rischi e opportunità. Il modello cinese offre maggiore prevedibilità nel breve termine, con minori rischi di disruzioni sociali improvvise, ma presenta interrogativi sulla sostenibilità a lungo termine e sull’efficienza allocativa del capitale.
Le aziende cinesi che beneficiano di sussidi governativi possono mostrare risultati finanziari artificialmente gonfiati nel breve termine, ma potrebbero essere meno competitive una volta ridotto il sostegno statale. Gli investitori devono quindi prestare particolare attenzione nel distinguere tra crescita organica e crescita sostenuta artificialmente.
Nel contesto occidentale, la maggiore volatilità occupazionale si traduce in una maggiore volatilità dei mercati azionari, ma anche in opportunità più rapide di creazione di valore attraverso ristrutturazioni e razionalizzazioni. Le aziende occidentali che riescono a navigare efficacemente questi cambiamenti possono generare rendimenti superiori, ma a costo di una maggiore incertezza.
La crescente pressione verso il “stakeholder capitalism” in Occidente, come evidenziato dalla dichiarazione del Business Roundtable del 2019 che ha visto quasi 200 CEO americani impegnarsi a considerare tutti gli stakeholder e non solo gli azionisti, suggerisce una possibile convergenza tra i due modelli. Tuttavia, questa evoluzione rimane ancora largamente retorica, con pochi cambiamenti concreti nelle pratiche aziendali.
Il confronto tra l’approccio cinese e quello occidentale al rapporto tra impresa e lavoro rivela due concezioni fondamentalmente diverse del ruolo dell’economia nella società. Mentre la Cina privilegia la stabilità sociale attraverso il mantenimento dell’occupazione, l’Occidente punta sull’efficienza di mercato attraverso la flessibilità occupazionale.
Entrambi i sistemi presentano meriti e limitazioni. Il modello cinese offre maggiore stabilità sociale ma a costo di inefficienze economiche e potenziali distorsioni di mercato. Il modello occidentale massimizza l’efficienza allocativa ma genera crescenti disuguaglianze e instabilità sociale.
La sfida del futuro sarà trovare un equilibrio tra questi due estremi, sviluppando sistemi che combinino l’efficienza di mercato con la stabilità sociale. Segnali in questa direzione emergono già in entrambe le regioni: la Cina sta gradualmente introducendo maggiori meccanismi di mercato nella sua economia, mentre l’Occidente sta riscoprendo l’importanza di considerare tutti gli stakeholder nelle decisioni aziendali.
Per gli investitori, questa evoluzione rappresenta sia un’opportunità che una sfida. Comprendere le dinamiche sottostanti e le tendenze evolutive dei due sistemi sarà fondamentale per navigare i mercati globali nel prossimo decennio, in un mondo sempre più multipolare dove diversi modelli economici competono per la supremazia.
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