Chi opera sui mercati finanziari sa bene che le tensioni geopolitiche rappresentano una delle variabili più insidiose da monitorare. Non tanto perché sia difficile identificarle, quanto perché la loro evoluzione sfugge a qualsiasi modello previsionale razionale. Il Medio Oriente, in questo senso, continua a essere il grande convitato di pietra di ogni analisi macroeconomica seria. E mentre scriviamo queste righe, a fine gennaio 2026, ci troviamo di fronte a una situazione che merita la massima attenzione da parte di chiunque abbia capitali esposti ai mercati globali.
La guerra dei dodici giorni tra Israele e Iran, combattuta nel giugno 2025, ha rappresentato uno spartiacque storico. Per la prima volta dalla nascita della Repubblica Islamica, due nemici giurati si sono affrontati direttamente sul campo di battaglia, senza più nascondersi dietro le rispettive pedine regionali. Israele ha bombardato gli impianti nucleari iraniani, l'Iran ha risposto con centinaia di missili balistici e droni suicidi. Gli Stati Uniti sono intervenuti a fianco di Israele colpendo a loro volta tre siti nucleari iraniani. Dopo dodici giorni di fuoco, un cessate il fuoco fragile ha fermato le ostilità. Ma fermare i combattimenti, come vedremo, non significa affatto aver risolto i problemi.
Giugno 2025
durante il conflitto
da giugno 2025
in Iran
L'Iran al collasso: la miccia economica delle proteste
Per comprendere cosa stia accadendo oggi è necessario guardare all'interno dell'Iran, dove la situazione è precipitata con una velocità impressionante. Il rial, la valuta nazionale, ha toccato a fine dicembre il record negativo di 1,45 milioni per dollaro, perdendo oltre il 40% del suo valore rispetto ai livelli pre-guerra. L'inflazione galoppa al 42,5% annuo. Gli iraniani comuni non riescono più a permettersi beni essenziali come pane, riso e olio da cucina.
Le proteste sono esplose il 28 dicembre 2025, partendo dal Gran Bazar di Teheran, cuore pulsante del commercio iraniano e tradizionale bastione del regime. Un segnale di allarme potentissimo: quando i bazaari chiudono i negozi per protesta, significa che il contratto sociale tra regime e classe mercantile si è incrinato. Nel giro di pochi giorni, le manifestazioni si sono estese a tutte le 31 province del Paese, coinvolgendo almeno 185 città secondo le stime delle organizzazioni per i diritti umani.
"Questo non è uno status quo stabile – semplicemente non è sostenibile."
— Ali Vaez, Direttore del Progetto Iran, International Crisis GroupLa risposta del regime è stata brutale. Il blackout di internet imposto l'8 gennaio ha isolato completamente il Paese dal mondo esterno, impedendo non solo le comunicazioni ma anche i bancomat, le transazioni commerciali e persino il funzionamento di ospedali e farmacie. Sotto la copertura di questa oscurità digitale, le forze di sicurezza hanno condotto quella che molti osservatori internazionali hanno definito una vera e propria strage. Le stime sul numero di morti variano enormemente, da 2.000 a 20.000 secondo le fonti, rendendo queste proteste potenzialmente tra le più sanguinose nella storia della Repubblica Islamica.
Il gioco delle potenze: Washington, Gerusalemme e Teheran
La dinamica attuale è quella di una partita a scacchi giocata su più livelli simultaneamente. Il presidente Trump, tornato alla Casa Bianca, ha inizialmente reagito alle proteste con toni bellicosi, minacciando un intervento americano se l'Iran avesse continuato a uccidere i manifestanti. Ha definito Khamenei un criminale malato e ha promesso che l'America era pronta all'azione. Poi, dopo pressioni diplomatiche dei Paesi del Golfo, ha moderato la retorica, pur mantenendo la pressione militare.
Nelle ultime ore, la situazione ha subito un'accelerazione significativa. La portaerei USS Abraham Lincoln con il suo gruppo da battaglia è arrivata nelle acque del Medio Oriente, come confermato ufficialmente. Il gruppo comprende tre cacciatorpediniere classe Arleigh Burke equipaggiati con missili Tomahawk, capaci di colpire obiettivi in profondità nel territorio iraniano. Trump stesso, di ritorno dal Forum Economico Mondiale di Davos, ha dichiarato che una massiccia flotta americana si sta dirigendo verso il Golfo Persico.
Sul fronte israeliano, il premier Netanyahu ha dichiarato che Israele ha annientato la minaccia nucleare iraniana nel giugno scorso, ma ha anche chiarito che qualsiasi tentativo di ricostruire il programma nucleare sarà colpito con la stessa forza. Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha avvertito pubblicamente che Israele sta cercando un'opportunità per attaccare nuovamente l'Iran. Un'informazione particolarmente interessante è emersa dal Washington Post: prima dello scoppio delle proteste, Israele e Iran si sono scambiati messaggi attraverso un intermediario russo, assicurandosi reciprocamente che non avrebbero lanciato attacchi preventivi. Questo canale diplomatico indiretto suggerisce che entrambe le parti sono consapevoli dei rischi di un'escalation non controllata.
Perché la pace attuale è solo una pausa
L'attuale situazione di non-belligeranza è strutturalmente instabile per ragioni che vanno ben oltre la congiuntura. Da un lato, Israele considera l'Iran una minaccia esistenziale. Per un popolo forgiato dalla memoria dell'Olocausto, le dichiarazioni iraniane sulla distruzione dello Stato ebraico non sono retorica vuota ma promesse da prendere mortalmente sul serio. Dall'altro lato, l'Iran ritiene che possedere armi nucleari sia l'unico modo per garantirsi contro un'aggressione americana o israeliana, e considera la propria influenza regionale attraverso Hezbollah, le milizie irachene e gli Houthi come una componente essenziale della propria sicurezza nazionale.
Dopo la guerra di giugno, l'Iran ha perso gran parte della propria rete di alleati regionali. Hezbollah in Libano è stato decapitato e indebolito militarmente. Il regime di Assad in Siria è crollato. Le milizie irachene sono sempre più integrate nel sistema politico locale e quindi meno disposte a rischiare. L'Iran stesso ha subito il primo attacco diretto sul proprio territorio da parte di Israele nella sua storia. Questa erosione del cosiddetto Asse della Resistenza ha paradossalmente reso l'Iran più vulnerabile e potenzialmente più pericoloso: un regime alle corde potrebbe essere tentato da mosse disperate.
Se l'Iran dovesse tentare di ricostruire il proprio programma nucleare o se la repressione interna dovesse raggiungere livelli ancora più estremi, Israele e gli Stati Uniti hanno già dichiarato la propria disponibilità a intervenire militarmente. Le conseguenze per i mercati energetici sarebbero immediate e severe: il petrolio potrebbe superare i 90 dollari al barile nel breve termine, con picchi oltre i 100 dollari in caso di minacce allo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita il 20% del petrolio mondiale.
Le implicazioni per gli investitori
Per chi opera sui mercati finanziari, questa situazione richiede un approccio particolarmente attento alla gestione del rischio. Durante la guerra dei dodici giorni, i mercati hanno mostrato una resilienza sorprendente: l'S&P 500 ha registrato cali contenuti e il prezzo del petrolio, dopo un iniziale spike, si è stabilizzato grazie alla capacità inutilizzata dell'OPEC e in particolare dell'Arabia Saudita. Ma questo scenario relativamente benigno potrebbe non ripetersi in caso di un nuovo conflitto.
Gli analisti di Goldman Sachs hanno stimato che un'interruzione delle esportazioni iraniane di petrolio, pari a circa 1,75 milioni di barili al giorno, porterebbe il Brent oltre i 90 dollari al barile, con un ritorno verso i 60 dollari solo nel corso del 2026 man mano che l'offerta si riprende. Nel caso estremo di una chiusura dello Stretto di Hormuz, anche temporanea, i prezzi potrebbero superare i 100 dollari, con conseguenze inflazionistiche significative per l'economia globale. La Fed di Dallas ha calcolato che anche nello scenario più severo l'impatto sull'inflazione americana sarebbe dell'ordine di 0,8-1,3 punti percentuali, un effetto gestibile ma non trascurabile.
| Scenario | Petrolio Brent | Impatto PIL | Probabilità |
|---|---|---|---|
| Cessate il fuoco mantiene | $65-70 | Neutro | Media |
| Nuovo conflitto limitato | $80-90 | -0,2% PIL globale | Media-Alta |
| Export Iran bloccate | $90+ | -0,3/0,4% PIL | Media |
| Chiusura Stretto Hormuz | $100+ | Recessione | Bassa |
Dal punto di vista settoriale, un'escalation favorirebbe ovviamente il comparto energetico e le materie prime, mentre penalizzerebbe i consumi discrezionali già sotto pressione per i dazi. I settori tecnologico, sanitario e finanziario sarebbero relativamente meno esposti alle dinamiche dirette dei prezzi energetici. Per il reddito fisso, i mercati importatori di petrolio potrebbero vedere le proprie banche centrali più inclini a tagliare i tassi per sostenere la crescita piuttosto che a inasprire la politica monetaria per contrastare l'inflazione importata.
Tre scenari da monitorare
Guardando avanti, possiamo identificare tre percorsi principali lungo i quali questa crisi potrebbe evolvere. Il primo, e probabilmente il più probabile nel breve termine, è che Israele decida di colpire nuovamente l'Iran non appena rilevi segnali di ricostituzione del programma nucleare. I servizi di intelligence israeliani monitorano costantemente gli impianti iraniani e hanno dimostrato di possedere capacità di penetrazione notevoli. In questo scenario, l'America probabilmente fornirebbe supporto logistico e di intelligence, l'Iran risponderebbe con missili su Israele e attivando i suoi alleati regionali residui, e i prezzi del petrolio salirebbero bruscamente.
Il secondo scenario contempla il collasso del regime iraniano. Le proteste attuali rappresentano la sfida più seria alla Repubblica Islamica dai tempi delle proteste di Mahsa Amini del 2022-23, e forse dalla Rivoluzione Verde del 2009. Khamenei ha 86 anni e, secondo fonti di intelligence, si è rifugiato in un bunker sotterraneo, delegando le operazioni quotidiane al figlio Masoud. Alcuni analisti ritengono che il regime non sopravviverà al 2026 con il proprio potere intatto, anche se le forme del cambiamento potrebbero variare da una transizione ordinata a una guerra civile caotica. Un Iran in dissoluzione presenterebbe rischi enormi legati alla sicurezza dei materiali nucleari e alla stabilità regionale.
Il terzo scenario, meno probabile ma non impossibile, prevede un successo della diplomazia. Arabia Saudita, Qatar, Oman e Turchia stanno conducendo colloqui sia con Israele che con l'Iran. Trump stesso a Davos ha dichiarato che l'Iran vuole negoziare e che le porte sono aperte. Un accordo richiederebbe che l'Iran limiti il proprio programma nucleare in cambio dell'alleggerimento delle sanzioni e di garanzie di sicurezza, sulla falsariga dell'accordo JCPOA del 2015 poi abbandonato da Trump nel 2018. La profonda sfiducia tra le parti rende questo esito improbabile, ma la diplomazia rimane sul tavolo.
Nonostante le tensioni, esistono elementi che potrebbero contenere l'escalation: la capacità produttiva inutilizzata dell'Arabia Saudita (circa 3 milioni di barili al giorno), il canale diplomatico Russia-mediato tra Israele e Iran, la pressione dei Paesi del Golfo su Washington per evitare un conflitto nel loro cortile, e la consapevolezza di tutte le parti che una guerra su larga scala avrebbe costi devastanti. Gli investitori dovrebbero mantenere la disciplina e diversificare geograficamente, evitando reazioni emotive.
Conclusioni operative
Il conflitto tra Israele e Iran non è finito, si è solo preso una pausa. Le cause profonde dello scontro sono tutte ancora presenti: l'Iran considera le armi nucleari essenziali per la propria sopravvivenza, Israele considera un Iran nucleare una minaccia esistenziale, e nessuna delle due parti si fida abbastanza dell'altra per raggiungere un compromesso duraturo. A questa equazione già instabile si aggiungono ora le proteste interne che stanno scuotendo le fondamenta del regime di Teheran, rendendo la leadership iraniana simultaneamente più debole e potenzialmente più imprevedibile.
Per gli investitori, questo significa mantenere un'esposizione prudente ai settori più sensibili alle dinamiche energetiche, considerare strumenti di copertura sul petrolio se appropriati al proprio profilo di rischio, e soprattutto evitare di essere colti di sorpresa. Le navi da guerra americane che si avvicinano al Golfo, i bunker dove si nascondono i leader iraniani, il rifiuto degli Emirati Arabi Uniti di concedere le proprie basi per attacchi sull'Iran: tutti questi sono segnali che tutti si stanno preparando per il prossimo round. La domanda non è se i combattimenti riprenderanno, ma quando e con quale intensità. Essere preparati a qualsiasi scenario è l'unica strategia sensata.
