C’è un momento nella storia economica di ogni nazione in cui le scelte politiche e le decisioni monetarie si intrecciano con una intensità tale da ridefinire il panorama degli investimenti per anni a venire. Ci troviamo esattamente in uno di questi momenti. La Federal Reserve americana, istituzione che da decenni rappresenta il faro della stabilità monetaria globale, si prepara ad affrontare una transizione ai vertici che potrebbe segnare una svolta epocale nella conduzione della politica monetaria statunitense.

Il presidente Donald Trump ha dichiarato il primo dicembre 2025, parlando con i giornalisti a bordo dell’Air Force One, di aver già scelto chi guiderà la banca centrale più potente del mondo. Le sue parole sono state eloquenti nella loro reticenza: ha sorriso quando gli è stato chiesto se si trattasse di Kevin Hassett, attuale direttore del National Economic Council, rispondendo semplicemente che l’annuncio arriverà presto, probabilmente prima di Natale.

I mercati predittivi non hanno dubbi. Su piattaforme come Kalshi e Polymarket, le probabilità che Hassett venga nominato oscillano tra il 79 e l’80 per cento, lasciando ai rivali solo le briciole: Kevin Warsh, ex governatore della Fed, si attesta intorno al 13 per cento, mentre Christopher Waller, attuale membro del board, non supera l’8 per cento. Altri nomi circolati nelle settimane scorse, come Michelle Bowman e Rick Rieder di BlackRock, sembrano ormai fuori dalla corsa.

Ma chi è davvero Kevin Hassett e perché la sua eventuale nomina sta generando così tanto interesse, e in alcuni casi preoccupazione, tra gli operatori di mercato? Economista di formazione, con un passato alla Columbia Business School e presso think tank conservatori come l’American Enterprise Institute, Hassett ha costruito la sua reputazione durante il primo mandato Trump come architetto del Tax Cuts and Jobs Act del 2017. Da quando è tornato alla Casa Bianca nel ruolo di consigliere economico principale, è diventato l’interlocutore privilegiato del presidente sulle questioni monetarie, guadagnandosi una fiducia che pochi altri possono vantare.

 

Punto chiave per gli investitori: Hassett ha dichiarato pubblicamente che, se fosse lui a guidare la Fed, starebbe già tagliando i tassi. In un’intervista a Fox News ha affermato che “i dati suggeriscono che dovremmo farlo”, posizione che si allinea perfettamente con le ripetute pressioni di Trump su Jerome Powell affinché allenti la politica monetaria.

 

Ed è proprio questo allineamento a suscitare le maggiori perplessità. La Federal Reserve ha costruito la sua credibilità sulla presunta indipendenza dalle interferenze politiche, un principio che affonda le radici nelle lezioni dolorose degli anni Settanta. Avere alla guida un uomo che il presidente conosce intimamente, con cui condivide le colazioni di lavoro e le strategie economiche quotidiane, rappresenta un cambio di paradigma che non passa inosservato a Wall Street.

 

Il Segretario al Tesoro Scott Bessent, che sta conducendo il processo di selezione, ha indicato che l’annuncio potrebbe arrivare entro Natale. Ciò significa che, dal momento della nomina fino all’insediamento effettivo a maggio 2026, quando scadrà il mandato di Powell, si aprirà una fase di circa cinque mesi in cui Hassett fungerà da quella che gli analisti definiscono “shadow chair”, un presidente ombra.

Questa dinamica non è priva di precedenti storici, ma le sue implicazioni meritano attenzione. Durante questo periodo di transizione, l’attenzione dei mercati potrebbe gradualmente spostarsi dalle dichiarazioni di Powell a quelle del suo successore designato. Ogni intervista, ogni apparizione pubblica di Hassett verrà scrutinata alla ricerca di indizi sulla futura direzione della politica monetaria. Lo stesso Hassett, commentando le reazioni ai rumors sulla sua nomina, ha sottolineato come i mercati abbiano risposto “molto, molto positivamente”, con i rendimenti dei Treasury in discesa e un’asta del debito andata particolarmente bene.

La storia ci insegna che queste fasi di transizione possono essere delicate. Il parallelo più frequentemente citato è quello tra Arthur Burns e Richard Nixon negli anni Settanta, quando le pressioni presidenziali sul chairman della Fed contribuirono a creare le condizioni per la spirale inflazionistica che devastò l’economia americana nel decennio successivo. Bessent stesso ha fatto riferimento a questa analogia, seppur per rassicurare i mercati che la situazione attuale è diversa.

Prima di cedere il testimone, Jerome Powell dovrà guidare la Fed attraverso almeno due, forse tre riunioni cruciali del FOMC. La prossima è prevista per il 9-10 dicembre, e i mercati dei futures prezzano una probabilità dell’87-88 per cento per un taglio di 25 punti base, che porterebbe i fed funds al range 3,50-3,75 per cento dall’attuale 3,75-4,00 per cento.

Tuttavia, i verbali della riunione di ottobre hanno rivelato un FOMC profondamente diviso. Diversi partecipanti hanno espresso “visioni fortemente divergenti” su quale decisione fosse più appropriata per dicembre. Due membri hanno votato contro il taglio di ottobre: Stephen Miran avrebbe preferito un taglio più aggressivo di 50 punti base, mentre Jeffrey Schmid avrebbe mantenuto i tassi invariati. Questa frattura interna suggerisce che il percorso di allentamento non sarà lineare come alcuni vorrebbero.

John Williams, presidente della Fed di New York, ha sostenuto la necessità di ulteriori tagli nel breve termine, ma “molti partecipanti” hanno indicato nei verbali che sarebbe appropriato mantenere i tassi invariati per il resto del 2025. L’inflazione, pur essendo scesa, rimane intorno al 3 per cento anno su anno, un punto percentuale sopra l’obiettivo della Fed, e diversi governatori hanno notato che “ha mostrato pochi segni di ritornare in modo sostenibile” al target.

Se Hassett dovesse effettivamente assumere la guida della Fed a maggio 2026, cosa potrebbero aspettarsi gli investitori? Le sue dichiarazioni pubbliche e l’allineamento con le posizioni di Trump suggeriscono un approccio decisamente più accomodante rispetto a quello di Powell. Gli analisti di Forbes ipotizzano tagli cumulativi tra 1,0 e 1,5 punti percentuali sotto la guida di Hassett, potenzialmente superiori a quanto giustificabile sulla base dei soli fondamentali macroeconomici.

Un fed funds rate al 3 per cento entro fine 2026, come prezzato dai mercati, avrebbe implicazioni significative per l’economia reale. I tassi sui mutui trentennali potrebbero scendere dal 6 per cento attuale verso il 5-5,5 per cento, riducendo i costi di finanziamento per famiglie e imprese. Per il governo federale, alle prese con circa 11 trilioni di dollari di debito da rifinanziare nei prossimi dodici mesi, tassi più bassi potrebbero tradursi in risparmi annuali stimati tra 30 e 50 miliardi di dollari sugli oneri per interessi.

 

Attenzione al rischio: Una politica monetaria troppo accomodante, in un contesto di inflazione ancora sopra il target, potrebbe spingere i prezzi al consumo verso il 3,5-4 per cento entro fine 2026. Le politiche tariffarie dell’amministrazione Trump e un mercato del lavoro resiliente rappresentano ulteriori fattori di rischio al rialzo per l’inflazione.

 

È proprio qui che emerge il dilemma centrale di questa transizione. Se da un lato tassi più bassi offrirebbero sollievo immediato a debitori e mercati azionari, dall’altro rischiano di alimentare pressioni inflazionistiche che alla lunga eroderebbero il potere d’acquisto e costringerebbero la Fed a inversioni di rotta ancora più traumatiche. Chi ha vissuto o studiato gli anni Settanta sa bene come queste dinamiche possano sfuggire di mano: l’inflazione partita dal 6 per cento nel 1969 raggiunse il 13 per cento nel 1979, e ci vollero la determinazione di Paul Volcker e una profonda recessione per riportarla sotto controllo.

Tra le iniziative più discusse dell’amministrazione Trump sul fronte immobiliare c’è la proposta di introdurre mutui a 50 anni, annunciata a novembre 2025 dallo stesso presidente con un post su Truth Social che lo paragonava a Roosevelt, artefice dei mutui trentennali negli anni Quaranta. Bill Pulte, direttore della Federal Housing Finance Agency, ha definito l’idea “un completo game changer”.

I numeri sembrano allettanti a prima vista. Secondo le simulazioni, su un immobile da 300.000 dollari con un tasso del 5 per cento e un anticipo del 5 per cento, la rata mensile scenderebbe da 2.254 dollari per un mutuo quindicennale a 1.530 per uno trentennale fino a 1.294 per uno cinquantennale. Per giovani acquirenti che faticano a entrare nel mercato immobiliare, dove l’età media del primo acquisto ha raggiunto il record storico di 40 anni, potrebbe sembrare la soluzione ideale.

Ma economisti e analisti sollevano perplessità sostanziali. UBS stima che estendere la durata del mutuo da 30 a 50 anni raddoppierebbe l’importo totale degli interessi pagati nel corso della vita del prestito. La congresswoman Marjorie Taylor Greene, normalmente allineata con Trump, ha criticato apertamente la proposta sostenendo che “premierebbe le banche e i costruttori mentre le persone pagherebbero molto più interessi nel tempo e morirebbero prima di aver mai estinto il mutuo”.

C’è poi un problema strutturale che nessuna ingegneria finanziaria può risolvere: la carenza di offerta abitativa. Come sottolineato da Susan Wachter della Wharton School, il vero driver della crisi di accessibilità è la mancanza di nuove costruzioni, non la durata dei finanziamenti. Estendere i termini dei mutui senza aumentare l’offerta rischia semplicemente di alimentare ulteriori rialzi dei prezzi, in un mercato dove le famiglie spendono già il 39 per cento del reddito per le rate del mutuo.

Dietro le pressioni per una politica monetaria più accomodante si nasconde una realtà fiscale che pochi menzionano apertamente ma che tutti conoscono. Gli Stati Uniti si trovano a gestire un debito pubblico di circa 36 trilioni di dollari, con quasi un terzo che necessita di rifinanziamento entro l’anno. Nel 2025, gli oneri per interessi sul debito hanno superato i 970 miliardi di dollari, più di quanto il governo federale spenda per Medicaid, veterani, trasporti e altri programmi messi insieme.

Il Congressional Budget Office proietta che, senza interventi correttivi, i costi per interessi raggiungeranno 1,8 trilioni di dollari entro il 2035, diventando la categoria di spesa a più rapida crescita del bilancio federale. In questo contesto, ogni punto percentuale di riduzione dei tassi si traduce in risparmi miliardari per le casse pubbliche. Non stupisce che l’amministrazione abbia tutto l’interesse a vedere tassi più bassi, indipendentemente da considerazioni di stabilità dei prezzi.

Questa dinamica crea quello che alcuni analisti definiscono un “circolo vizioso fiscale-monetario”. Tassi più bassi riducono i costi del servizio del debito ma incentivano ulteriore spesa pubblica, riducono l’efficacia delle politiche di austerità e comprimono i rendimenti reali, potenzialmente innescando fughe di capitali. Il rischio, come avverte un’analisi del think tank europeo Bruegel, è che questi fattori possano precipitare una crisi del debito se gli aggiustamenti fiscali verranno rinviati oltre il 2030.

Per chi opera sui mercati azionari, questa fase di transizione richiede una riflessione attenta sui possibili scenari e sulle strategie più appropriate. Lo scenario rialzista vede tagli aggressivi dei tassi ridurre i costi di finanziamento, stimolare fusioni e acquisizioni, investimenti aziendali e valutazioni azionarie. In questo contesto, i settori più sensibili ai tassi, come il real estate, le utilities e i titoli growth, potrebbero beneficiare in modo particolare.

Lo scenario ribassista, tuttavia, non può essere ignorato. Un’inflazione che sfugge di mano costringerebbe la Fed a una brusca inversione di rotta, con conseguenze potenzialmente devastanti per chi si fosse posizionato per un ambiente di tassi permanentemente bassi. La perdita di credibilità della banca centrale potrebbe tradursi in un aumento dei rendimenti a lungo termine anche in presenza di tagli ai tassi a breve, uno scenario in cui nessuno esce vincitore.

 

Cosa monitorare nelle prossime settimane:

• Il tono della conferenza stampa di Powell il 10 dicembre, per capire se intende lasciare un’eredità di disciplina monetaria

• I tempi e la modalità dell’annuncio su Hassett, che influenzeranno le aspettative di mercato

• I dati su inflazione PCE e CPI di dicembre, che potrebbero modificare le probabilità di ulteriori tagli

• Il livello di dissenso interno al FOMC nelle prossime riunioni

 

Per chi detiene posizioni in obbligazioni, la prudenza suggerisce di valutare un accorciamento della duration, data l’incertezza sull’evoluzione dell’inflazione. I Treasury Inflation-Protected Securities (TIPS) potrebbero rappresentare una copertura utile in uno scenario di surriscaldamento dei prezzi. Sul fronte azionario, la diversificazione settoriale rimane la prima linea di difesa contro scenari estremi in entrambe le direzioni.

Il nostro impegno quotidiano è rendere l’analisi dei mercati finanziari accessibile a tutti, offrendovi gratuitamente approfondimenti e notizie che vi aiutano nelle vostre decisioni d’investimento. Se i nostri contenuti hanno contribuito ai vostri successi in borsa, considerate di sostenere il nostro progetto con una donazione.

Anche un piccolo contributo – l’equivalente di un caffè, un aperitivo o una pizza – ci permette di continuare a dedicarci con passione a questa missione, mantenendo il sito gratuito e in costante aggiornamento. Il vostro supporto è il carburante che alimenta la nostra dedizione!

0 0 Voti
Dai una valutazione a questo articolo
0 Commenti
Il piú vecchio
Il piú nuovo Il piú votato
Inline Feedbacks
Guarda tutti i commenti
Iscriviti  sui  nostri  Social  NETWORK
MaXiacO © AltoGain – Tutti i Diritti Riservati

* Il contenuto e le informazioni pubblicate da altogain.it sia sul nostro sito che sulle nostre piattaforme social non sono consigli di investimento o raccomandazioni per acquistare, detenere o vendere titoli.

* Non siamo responsabili dell’autenticazione del contenuto e / o delle informazioni che sono state pubblicate su qualsiasi canale di comunicazione attraverso il quale il nostro team condivide i contenuti.

* Le informazioni fornite dal team di Altogain.it sono intese esclusivamente a scopo informativo e sono ottenute da fonti ritenute affidabili. Le informazioni non sono in alcun modo garantite e, inoltre, l’accuratezza e la legittimità delle informazioni fornite non vengono verificate. Nessuna garanzia di alcun tipo è implicita o possibile laddove si tentino proiezioni di condizioni future relative ai titoli.

* Non ci sono membri del team di Altogain.it registrati come broker di sicurezza o consulenti per gli investimenti.

* Il team di Altogain.it, i suoi dipendenti, volontari e terze parti prendono parte alle attività di security trading. Nessuno è tenuto a partecipare all’acquisto o alla vendita di opportunità di investimento condivise su nessuna delle piattaforme di Altogain.it. Detti dipendenti, volontari e terze parti investiranno e scambieranno titoli a loro discrezione personale senza preavviso, in qualsiasi momento.
* Altogain.it non è responsabile per eventuali perdite o danni derivanti dall’utilizzo di una qualsiasi delle idee o strategie di investimento.

* Spetta completamente alla discrezione dell’individuo prendere decisioni in merito al trading o all’investimento in titoli.

🇮🇹
0
Mi piacerebbe conoscere la tua opinione.x