La passione per la tecnologia mi accompagna fin da ragazzino, da quando i miei genitori mi regalarono il mio primo PC: un 486 DX4 100 che all'epoca sembrava una macchina spaziale. Da quel momento ho visto passare diverse "rivoluzioni" – il web 2.0, gli smartphone, il cloud computing – ma devo ammettere che quello che sta succedendo oggi con l'intelligenza artificiale mi tiene sveglio la notte più di ogni altra cosa. Non per paura, intendiamoci, ma per l'eccitazione di assistere a quello che potrebbe essere il più grande sconvolgimento tecnologico della storia moderna. E al centro di tutto questo c'è una competizione che ha tutte le caratteristiche di una nuova Guerra Fredda: quella tra Stati Uniti e Cina per il dominio dell'AI.

Per anni abbiamo pensato che la battaglia si giocasse esclusivamente sui semiconduttori. Chris Miller, con il suo celebre "Chip War", aveva cristallizzato perfettamente questa visione: chi controlla i chip, controlla il futuro dell'intelligenza artificiale. Ma oggi, a dicembre 2025, è sempre più evidente che la questione è molto più complessa. I chip rimangono fondamentali, certo, ma la vera partita si sta spostando su tre altri campi: il capitale umano, le infrastrutture energetiche e la capacità di trasformare investimenti limitati in risultati concreti.

Il campanello d'allarme DeepSeek

Quando a gennaio 2025 DeepSeek ha lanciato il suo modello R1, ho passato il weekend a testarlo ossessivamente. E non ero il solo: in una settimana l'app è diventata la più scaricata su App Store negli Stati Uniti, superando ChatGPT per la prima volta dal 2022. Il lunedì successivo, il 27 gennaio, Nvidia ha perso 590 miliardi di dollari di capitalizzazione in un solo giorno – l'equivalente del PIL della Svezia. Un bagno di sangue che ha fatto tremare tutto il comparto tech e che ha costretto molti analisti (me compreso) a rivedere le proprie convinzioni. Ma cosa c'è di così rivoluzionario in DeepSeek? La risposta sta nei numeri: il modello R1 ha raggiunto performance comparabili a GPT-4 di OpenAI con un costo di sviluppo stimato intorno ai 5,5 milioni di dollari, contro gli oltre 100 milioni spesi da OpenAI. Ha utilizzato circa 2.000 chip H800 di Nvidia (versione "depotenziata" per rispettare le sanzioni americane) invece dei 16.000+ richiesti dai modelli occidentali. E parliamo di un'azienda fondata appena due anni fa, finanziata da un hedge fund cinese chiamato High-Flyer. Ad aprile 2025, DeepSeek contava quasi 97 milioni di utenti attivi mensili e oltre 75 milioni di download complessivi.

Dato chiave per gli investitori: secondo i dati di mercato, la quota di ChatGPT è scesa dall'87% al 72% negli ultimi mesi, in parte proprio a causa della pressione competitiva di DeepSeek. Questo ha messo in discussione le valutazioni stellari delle big tech americane e, soprattutto, la narrativa secondo cui servono necessariamente investimenti miliardari per competere nell'AI.

La risposta americana: il progetto Stargate

L'amministrazione Trump non ha perso tempo nel rispondere. Il 21 gennaio 2025, il giorno dopo l'insediamento, il presidente ha annunciato il progetto Stargate: un investimento privato fino a 500 miliardi di dollari in infrastrutture AI sul territorio americano entro il 2029. I protagonisti? OpenAI, SoftBank, Oracle e MGX come investitori principali, con Microsoft e Nvidia come partner tecnologici. Masayoshi Son di SoftBank è stato nominato presidente della joint venture. I primi 100 miliardi sono già stati messi in campo "immediatamente", con la costruzione di data center già avviata ad Abilene, in Texas. A settembre 2025, OpenAI ha annunciato cinque nuovi siti Stargate – in Texas, New Mexico, Ohio e nel Midwest – portando la capacità pianificata a quasi 7 gigawatt e oltre 400 miliardi di investimenti nei prossimi tre anni. L'obiettivo dichiarato è raggiungere i 10 gigawatt di capacità e i 500 miliardi completi entro fine 2025, in anticipo rispetto ai piani originali. Il progetto si è poi espanso anche a livello internazionale, con Stargate UAE (maggio 2025), Stargate Argentina (ottobre 2025) e Stargate Norway (novembre 2025). Sono numeri impressionanti, che testimoniano la determinazione americana a mantenere la leadership. Ma c'è un "ma" grande come una casa: questi investimenti si concentrano principalmente sull'hardware – chip, data center, infrastrutture energetiche. E qui emerge il paradosso che sta cambiando le carte in tavola.

La battaglia dei talenti: dove l'America sta perdendo terreno

Lo scorso 3 dicembre, Chris Miller è stato audito dalla sottocommissione per le relazioni estere del Senato americano. Il suo messaggio è stato un pugno nello stomaco per Washington: "Il vantaggio americano nei talenti AI si sta deteriorando in modo allarmante". Parole pesanti, da parte dell'autore che meglio di chiunque altro ha saputo raccontare l'importanza strategica dei semiconduttori. I numeri gli danno ragione. Nel 2020, la Cina ha prodotto 3,57 milioni di laureati STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics), contro gli 820.000 degli Stati Uniti. La sproporzione è ancora più marcata nei dottorati: nel 2022 la Cina ha assegnato oltre 50.970 dottorati STEM, il 50% in più rispetto ai 33.820 americani. E il trend sta accelerando: secondo il Center for Security and Emerging Technology, entro il 2025 le università cinesi produrranno circa 77.000 dottorandi STEM all'anno, quasi il doppio degli USA. Nel frattempo, il contributo cinese alla ricerca scientifica, misurato dal Nature Index, ha superato quello americano nel 2023 e ha quadruplicato il vantaggio nel 2024.

Indicatore Stati Uniti Cina
Laureati STEM annui (2020) 820.000 3.570.000
Dottorati STEM annui (2022) 33.820 50.970
Dottorati STEM previsti (2025) ~40.000 ~77.000
Investimenti AI privati (2025) $67,2 mld $43,8 mld
Investimenti AI governativi $8,1 mld $15,7 mld
Capex AI totale previsto (2025) $320+ mld ~$70 mld

C'è però un dato ancora più significativo: la direzione dei flussi di talento sta cambiando. Per decenni, il percorso standard per i migliori studenti cinesi era laurea in patria, dottorato in America, carriera nelle big tech della Silicon Valley. Oggi questo modello si sta incrinando. Le tensioni geopolitiche, i controlli più stringenti sui visti, le preoccupazioni per la sicurezza nazionale stanno rendendo più difficile per i ricercatori cinesi lavorare negli Stati Uniti. E la Cina sta offrendo alternative sempre più attraenti per trattenere i propri talenti. Jensen Huang, CEO di Nvidia, ha sintetizzato il problema con la sua solita franchezza: "Il 50% dei ricercatori AI nel mondo è cinese. Questo dovrebbe influenzare il modo in cui pensiamo alla partita". E ha ragione: è un paradosso straordinario. Gli Stati Uniti hanno bisogno dei talenti cinesi per vincere la corsa all'AI, ma le politiche restrittive sui visti rischiano di spingerli proprio verso il "nemico".

L'asso nella manica cinese: energia e efficienza

C'è un aspetto della competizione di cui si parla ancora troppo poco: l'energia. I modelli AI di nuova generazione richiedono quantità enormi di elettricità – sia per l'addestramento che per l'inferenza. Un rapporto del Lawrence Berkeley National Laboratory stima che la domanda elettrica dei data center americani potrebbe triplicare entro il 2028. E qui la Cina ha un vantaggio strutturale significativo. Lo stesso Jensen Huang lo ha ammesso pubblicamente lo scorso novembre: "La Cina ha il doppio della capacità energetica degli Stati Uniti, nonostante il nostro PIL sia superiore". Nel solo 2024, la Cina ha aggiunto 429 GW di nuova capacità di generazione elettrica – più di 15 volte quanto aggiunto nello stesso periodo dagli Stati Uniti. Inoltre, grazie a un sistema di pianificazione più centralizzato, può dedicare grandi quantità di energia stabile e a basso costo alle infrastrutture digitali. Ma non è solo questione di quantità. C'è anche la velocità di costruzione. Sempre Huang: "Se vuoi costruire un data center negli Stati Uniti, dalla posa della prima pietra all'accensione di un supercomputer AI passano circa tre anni. In Cina costruiscono un ospedale in un weekend". Un'iperbole, certo, ma che fotografa un problema reale: negli USA i progetti di data center si scontrano con battaglie sui permessi, limiti di capacità della rete, obiettivi di decarbonizzazione. Tutto questo rallenta l'espansione e ne aumenta i costi marginali.

Nota strategica: La capacità cinese di ottenere risultati comparabili con investimenti molto inferiori (DeepSeek docet) rappresenta una minaccia esistenziale per il modello di business delle big tech americane. Se i rendimenti marginali degli investimenti in hardware sono decrescenti, le aziende che hanno puntato tutto su mega-infrastrutture potrebbero trovarsi in difficoltà.

La mossa a sorpresa di Trump sui chip

E arriviamo alla notizia delle ultime ore, che ha sorpreso molti osservatori. Il 9 dicembre 2025, Trump ha annunciato che permetterà a Nvidia di vendere i chip H200 alla Cina – un modello sei volte più potente degli H20 attualmente consentiti. Sono esclusi solo i recentissimi B200, due-tre volte più veloci degli H200. La mossa è stata interpretata in modi diversi. Rush Doshi, professore a Georgetown ed ex consigliere per la sicurezza nazionale su Cina e Taiwan, l'ha definita un errore strategico: "Il computing è il nostro principale vantaggio. La Cina ha già un vantaggio su di noi in energia elettrica, ingegneri e altre aree. Cedendo questo, aumentiamo le probabilità che il mondo giri su AI cinese". Altri analisti, come George Chen di The Asia Group, la vedono come un segnale di distensione tra Washington e Pechino, in vista della visita di Trump in Cina prevista per aprile 2026. E c'è anche chi sospetta che dietro ci sia la necessità americana di accedere alle terre rare cinesi, senza le quali l'industria americana (inclusa quella della difesa) rischierebbe di fermarsi.

Cosa significa tutto questo per gli investitori

Se mi chiedete dove metterei i miei soldi oggi, la risposta è: dipende dal vostro orizzonte temporale e dalla vostra propensione al rischio. Nel breve termine (6-12 mesi), la volatilità sarà elevata. L'episodio DeepSeek ha dimostrato quanto rapidamente possano cambiare le narrative di mercato. Le big tech americane – Microsoft, Google, Meta, Amazon – continueranno a spendere centinaia di miliardi in infrastrutture AI, ma il mercato potrebbe iniziare a chiedere conto dei ritorni su questi investimenti. Nvidia rimane il "picks and shovels" play per eccellenza, ma le valutazioni sono tirate e qualsiasi annuncio sulla concorrenza cinese può scatenare sell-off violenti. Nel medio termine (1-3 anni), la chiave sarà distinguere tra chi sta costruendo vantaggi competitivi sostenibili e chi sta semplicemente bruciando capitale. Le aziende che riusciranno a sviluppare modelli più efficienti – che richiedono meno compute per risultati comparabili – potrebbero sorprendere al rialzo. Vale la pena guardare anche alle utility e alle aziende di infrastrutture energetiche che beneficeranno della crescente domanda dei data center. Nel lungo termine (3-5+ anni), la vera questione è chi vincerà la partita dell'applicazione diffusa dell'AI. E qui il vantaggio potrebbe non essere di chi ha il modello più grande, ma di chi riesce a integrarlo meglio nel tessuto produttivo. La Cina, secondo il suo Ministero dell'Industria, prevede che oltre il 60% dei grandi produttori adotterà soluzioni "AI + Manufacturing" entro fine 2025, con l'obiettivo di raggiungere il 100% entro il 2035. Gli Stati Uniti non hanno piani comparabili.

I rischi da monitorare

Prima di concludere, voglio elencare alcuni rischi che potrebbero cambiare significativamente lo scenario. Sul fronte americano, il principale rischio è l'autolesionismo. Le politiche restrittive sull'immigrazione qualificata, i tagli ai finanziamenti federali per la ricerca (il budget proposto per il NIH prevede un taglio di 18 miliardi di dollari, circa il 40% del totale), l'instabilità politica – tutto questo sta spingendo ricercatori di talento a guardare altrove. Un sondaggio di Nature ha rilevato che il 75% dei ricercatori americani sta valutando di trasferirsi all'estero. Sul fronte cinese, i rischi principali sono il controllo sociale e la censura. I modelli AI cinesi devono superare i controlli dell'autorità di regolamentazione per garantire che le risposte "incarnino i valori socialisti fondamentali". DeepSeek, ad esempio, non risponde a domande su Piazza Tiananmen o sull'autonomia di Taiwan. Questo potrebbe limitare l'adozione internazionale dei modelli cinesi, almeno nei paesi occidentali. Non è un caso che Italia, Taiwan e Australia abbiano già bannato DeepSeek per motivi di sicurezza. C'è poi il rischio di escalation delle tensioni commerciali. Trump ha già dimostrato di essere disposto a usare i dazi come arma di negoziazione. Un inasprimento delle restrizioni sui chip – o una risposta cinese sulle terre rare – potrebbe far deragliare l'intero settore.

Conclusione: una corsa senza traguardo

La competizione tra Stati Uniti e Cina sull'AI non è una gara dei 100 metri, ma una maratona. Anzi, forse è più simile a una staffetta multigenerazionale. I chip contano enormemente, ma contano anche le aule universitarie, gli uffici immigrazione, i finanziamenti per la ricerca e le centrali elettriche. Gli Stati Uniti hanno ancora vantaggi formidabili: le migliori istituzioni di ricerca al mondo, un ecosistema imprenditoriale capace di creare nuovi giganti in pochi anni, una tradizione di apertura che – se preservata e aggiornata – può continuare ad attrarre i migliori talenti globali. Ma preservare questa posizione richiederà scelte consapevoli: abbracciare l'immigrazione qualificata invece di ritrarsi, investire nell'educazione STEM non solo come bene sociale ma come imperativo strategico, riconoscere che l'infrastruttura che supporta l'AI – dalle reti elettriche alle università – è vitale quanto le GPU che dominano i titoli dei giornali. La Cina, dal canto suo, ha dimostrato una capacità straordinaria di trasformare svantaggi in opportunità. Le restrizioni americane sui chip hanno accelerato lo sviluppo di soluzioni più efficienti. La competizione forzata ha stimolato l'innovazione. E la scala demografica, combinata con investimenti mirati nell'istruzione superiore, sta creando un pipeline di talenti che sarà difficile da eguagliare. Alla fine, non vincerà il paese che addestra il modello più grande, ma quello che costruisce la comunità più profonda, resiliente e innovativa di persone capaci di comprendere, migliorare e implementare questi sistemi per generazioni a venire. E questa è una partita ancora tutta da giocare.

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