La mattina di lunedì 2 marzo i mercati si sono svegliati in un mondo diverso da quello di venerdì. L'attacco congiunto USA-Israele all'Iran, l'uccisione della Guida Suprema Khamenei, la ritorsione iraniana su mezza dozzina di paesi del Golfo e l'ingresso di Hezbollah nel conflitto hanno ridisegnato in 48 ore l'intero panorama del rischio geopolitico. Per chi investe in ETF — e so che molti di voi lo fanno come strumento principale di diversificazione — la domanda non è tanto "cosa è successo", perché Leonardo lo ha analizzato nel dettaglio nel suo articolo sulla transizione geopolitica. La domanda è: dove si stanno muovendo i soldi, quali ETF stanno reagendo, e come posizionarsi senza farsi prendere dalla frenesia del momento?
Ho passato il weekend a studiare i flussi, i dati pre-market e le prime reazioni dell'apertura asiatica. Quello che emerge è una fotografia piuttosto netta: ci sono quattro aree tematiche che stanno attraendo capitali in modo massiccio, e almeno due che li stanno perdendo altrettanto rapidamente. Vediamole una per una.
Petrolio ed energia: l'epicentro della crisi
Partiamo da quello che tutti stanno guardando: il petrolio. Il Brent è balzato fino al 13% intraday, toccando quasi gli 80 dollari al barile dopo aver chiuso venerdì a 72,87 dollari. Il WTI ha superato i 72 dollari con un rialzo dell'8%. Secondo gli analisti di Kpler, lunedì potrebbe aprire nella fascia 85-90 dollari, con punte intraday sopra gli 88. E se la chiusura dello Stretto di Hormuz dovesse protrarsi, Wood Mackenzie stima che il Brent potrebbe spingersi oltre i 100 dollari.
Ma attenzione, perché non tutti gli ETF energetici sono uguali, e questa è una distinzione che troppi investitori sottovalutano. Gli ETF che tracciano direttamente i futures sul greggio, come USO (United States Oil Fund) e BNO (United States Brent Oil Fund), sono quelli più reattivi ai movimenti giornalieri legati ai titoli di giornale sull'Iran. USO ha guadagnato oltre il 5% in pre-market, BNO circa il 6,6%. Sono strumenti perfetti per chi vuole un'esposizione diretta e immediata allo shock petrolifero, ma portano con sé il rischio del contango e della volatilità estrema: se la crisi rientra rapidamente, il prezzo può ritracciare con la stessa violenza con cui è salito.
Per chi cerca un'esposizione più strutturale e meno speculativa, il punto di riferimento resta l'Energy Select Sector SPDR Fund (XLE), il colosso del settore con oltre 37 miliardi di dollari in gestione. XLE include le major americane come Exxon Mobil (quasi il 24% del fondo), Chevron (17%) e ConocoPhillips (quasi il 7%). L'ETF ha già messo a segno un +21% nell'ultimo anno e si muove in simpatia con il prezzo del greggio, ma con la stabilità che deriva dai flussi di cassa e dai dividendi delle big oil. In un contesto di petrolio alto e prolungato, XLE tende a sovraperformare gli ETF sui futures puri.
| ETF | Ticker | Focus | Expense Ratio | Reazione pre-mkt 2 mar | Nota |
|---|---|---|---|---|---|
| United States Oil Fund | USO | Futures WTI front-month | 0,70% | ~+5,8% | Esposizione diretta, alta volatilità |
| United States Brent Oil Fund | BNO | Futures Brent | 1,00% | ~+6,6% | Brent più sensibile a Hormuz |
| Energy Select Sector SPDR | XLE | Major oil USA (equity) | 0,08% | In rialzo | AUM $37 mld, basso costo, dividendi |
| SPDR S&P Oil & Gas Expl. | XOP | E&P USA (equity) | 0,35% | ~+5% | Più high-beta, shale USA |
| VanEck Oil Services ETF | OIH | Oilfield services | 0,35% | In rialzo | SLB, Baker Hughes, Halliburton |
| ProShares Ultra Crude Oil | UCO | 2x leveraged WTI | 0,95% | ~+8,3%* | Solo per trading, non da tenere |
Un discorso a parte merita l'SPDR S&P Oil & Gas Exploration & Production ETF (XOP), che offre esposizione ai produttori americani di shale, un segmento più beta-alto rispetto alle major. In uno scenario di petrolio persistentemente elevato, i produttori shale con bassi costi di estrazione vedono i propri margini esplodere. Al contrario, se la crisi rientra e il petrolio crolla, XOP scenderà più rapidamente di XLE. È uno strumento da scegliere consapevolmente.
Per chi volesse un'esposizione ai servizi petroliferi, il VanEck Oil Services ETF (OIH) raccoglie aziende come SLB (Schlumberger), Baker Hughes e Halliburton. In un contesto di spesa in conto capitale crescente nel settore energetico, le oilfield services tendono a beneficiare indipendentemente dalla direzione di breve del greggio.
La variabile decisiva è la durata della chiusura dello Stretto di Hormuz. Se il traffico riprende entro 7-10 giorni, il Brent potrebbe rientrare sotto gli 80 e gli ETF sui futures perdere gran parte del guadagno. Se la chiusura si protrae oltre le due settimane, lo scenario cambia radicalmente: ci sono analisti come quelli di UBS che parlano di Brent a 90+ dollari come nuovo floor. In quel caso, XLE e XOP diventano posizioni di medio termine molto interessanti. L'OPEC+ ha già annunciato un aumento di 206.000 barili al giorno da aprile, ma è un cerotto su una ferita che richiede punti di sutura.
Difesa e aerospazio: il super-ciclo continua
Se c'è un settore che stava già vivendo un momento d'oro ben prima dell'attacco all'Iran, è quello della difesa. La spesa militare globale è prevista a 2.600 miliardi di dollari entro fine 2026, con una traiettoria verso i 2.900 miliardi entro fine decennio. Trump ha proposto un budget militare USA di 1.500 miliardi per il 2027, in forte aumento rispetto ai 901 miliardi approvati per il 2026. I paesi europei della NATO stanno incrementando i budget con urgenza. In questo contesto, la guerra in Iran non fa che aggiungere benzina a un fuoco già vivace.
L'iShares U.S. Aerospace & Defense ETF (ITA) è il più grande ETF di settore per masse in gestione, con oltre 13 miliardi di dollari. Ha un rendimento annualizzato del 17,4% nell'ultimo decennio. Le prime tre posizioni, GE Aerospace, RTX e Boeing, pesano insieme per circa il 63% del portafoglio. In pre-market del 2 marzo, ITA ha aggiunto il 3,5%. Il suo expense ratio è dello 0,38%, ragionevole per un'esposizione concentrata sulle blue chip della difesa americana.
Per chi cerca una visione diversa, il Global X Defense Tech ETF (SHLD) è probabilmente la scelta più interessante dal punto di vista prospettico. SHLD non si limita ai contractor tradizionali ma include aziende attive nella cybersecurity, nell'intelligenza artificiale applicata alla difesa e nei sistemi autonomi. Tra le sue posizioni principali troviamo Lockheed Martin, RTX, Palantir Technologies e la tedesca Rheinmetall (che ha più che raddoppiato nel 2025). Con un rendimento di circa il +90% nell'ultimo anno e un +78% YTD nel 2025, SHLD ha dimostrato di intercettare dove la spesa militare si sta dirigendo, non dove è stata. L'expense ratio è dello 0,50%.
| ETF | Ticker | Focus | Expense Ratio | AUM | Top holdings |
|---|---|---|---|---|---|
| iShares US Aerospace & Defense | ITA | Blue chip difesa USA | 0,38% | $13,3 mld | GE Aerospace, RTX, Boeing |
| Global X Defense Tech | SHLD | Defense tech + cyber + AI | 0,50% | ~$3 mld | LMT, RTX, Palantir, Rheinmetall |
| SPDR S&P Aerospace & Defense | XAR | Equal-weight, mid/small cap | 0,35% | $5,7 mld | Woodward, Heico, Howmet |
| Invesco Aerospace & Defense | PPA | Ampio, 61 titoli | 0,58% | $7,4 mld | RTX, LMT, NOC, L3Harris |
| Themes Transatlantic Defense | NATO | USA + Europa NATO | 0,35% | Più piccolo | Mix transatlantico |
| Select STOXX Eur. Aero & Def. | EUAD | Solo difesa europea | Variabile | In crescita | Rheinmetall, Leonardo, BAE Systems |
Lo SPDR S&P Aerospace & Defense ETF (XAR) merita attenzione per chi preferisce un approccio equal-weight con esposizione a small e mid cap. Circa il 52% del patrimonio è investito in titoli di piccola e media capitalizzazione, il che significa maggiore potenziale di crescita ma anche maggiore volatilità. Tutte le prime 10 posizioni hanno sovraperformato l'S&P 500 nell'ultimo anno.
Per chi vuole esposizione alla difesa europea, un settore in forte accelerazione grazie all'aumento dei budget NATO nel vecchio continente, l'EUAD (Select STOXX Europe Aerospace & Defense ETF) e il NATO (Themes Transatlantic Defense ETF) offrono accesso a nomi come Rheinmetall, BAE Systems e la nostra Leonardo. L'ingresso di Hezbollah nel conflitto il 2 marzo, con le conseguenti operazioni israeliane in Libano, non fa che rafforzare la tesi di chi investe nel comparto difesa su scala globale.
A differenza dell'energia, dove il trade è fortemente dipendente dalla durata della crisi, la difesa è un tema strutturale che la guerra in Iran accelera ma non crea. I budget militari stavano già crescendo prima del 28 febbraio e continueranno a crescere indipendentemente dall'esito del conflitto. ITA per chi vuole solidità e track record, SHLD per chi vuole puntare sulla tecnologia militare di nuova generazione, XAR per chi cerca alpha tra le mid cap. L'unica cautela riguarda le valutazioni: ITA tratta a circa 34 volte gli utili, ben sopra la media storica. Non è un motivo per non comprare, ma è un motivo per non entrare con tutto il portafoglio in un solo giorno.
Oro: il bene rifugio per eccellenza in tempi di guerra
L'oro non ha bisogno di presentazioni in momenti come questi. Il metallo giallo aveva già messo a segno un rendimento straordinario del 64% nel 2025, sovraperformando ogni indice azionario americano. I flussi verso gli ETF sull'oro sono stati in costante crescita per otto mesi consecutivi, con il Nord America che ha aggiunto 7 miliardi di dollari solo a gennaio 2026. Il volume di scambio globale sull'oro ha raggiunto una media di 623 miliardi di dollari al giorno in gennaio, il 72% sopra la media del 2025.
Con lo scoppio del conflitto, l'oro ha sfondato i 5.300 dollari l'oncia, segnando un nuovo record assoluto. Lo SPDR Gold Trust (GLD), il più grande e liquido ETF sull'oro con decine di miliardi in gestione, ha guadagnato il 2,2% in pre-market il 2 marzo, dopo un anno già straordinario con un +68,7%. JP Morgan ha alzato il target a 6.300 dollari entro fine 2026. Ed Yardeni ha parlato di 10.000 dollari entro il 2030.
| ETF | Ticker | Expense Ratio | Note |
|---|---|---|---|
| SPDR Gold Trust | GLD | 0,40% | Il più grande e liquido, benchmark di settore |
| iShares Gold Trust | IAU | 0,25% | Più economico di GLD, ottima alternativa |
| SPDR Gold MiniShares Trust | GLDM | 0,10% | Il più economico, ideale per accumulo lungo termine |
| Aberdeen Physical Gold Shares | SGOL | 0,17% | Oro custodito in Svizzera |
Chi mi segue sa che non sono un fan dell'oro come unico strumento difensivo. Ma sarebbe disonesto non riconoscere che in un contesto come quello attuale — guerra aperta in Medio Oriente, inflazione che rischia di risalire per lo shock petrolifero, incertezza sulla politica monetaria della Fed e vuoto di leadership in Iran — l'oro offre una combinazione di proprietà difensive che nessun altro asset riesce a replicare. Ray Dalio ha raccomandato un'allocazione fino al 15% del portafoglio in oro, e in giornate come queste quella raccomandazione appare meno provocatoria di quanto sembrasse pochi mesi fa.
Per chi vuole entrare con un orizzonte lungo e minimizzando i costi, lo SPDR Gold MiniShares Trust (GLDM) con un expense ratio di soli 0,10% è probabilmente la scelta più razionale. Per chi preferisce la massima liquidità e i volumi più elevati, GLD resta il riferimento.
Shipping: il grande vincitore che nessuno aveva in portafoglio
Ed eccoci al settore che probabilmente sta generando i rendimenti più spettacolari di tutta questa crisi, e che la maggior parte degli investitori retail nemmeno considerava fino a pochi giorni fa: lo shipping.
Il Breakwave Tanker Shipping ETF (BWET) ha messo a segno un rendimento di circa il 98% da inizio 2026. Non è un errore di battitura. BWET traccia i contratti futures sulle tariffe di trasporto delle petroliere, ed è diventato un puro proxy sulla crisi del trasporto marittimo globale. Quando lo Stretto di Hormuz si chiude — anche solo de facto, per il ritiro delle assicurazioni — le petroliere devono circumnavigare l'Africa o restare in attesa, i noli esplodono e BWET sale verticalmente. Le tariffe per le VLCC (Very Large Crude Carriers) sulla rotta Medio Oriente-Asia sono balzate del 40% in una sola mattina.
Il SonicShares Global Shipping ETF (BOAT) offre un'esposizione più ampia all'intero comparto marittimo, con un +5% circa in pre-market. È meno volatile di BWET ma anche meno esplosivo. Anche il Breakwave Dry Bulk Shipping ETF (BDRY), che copre il trasporto di rinfuse secche come minerale di ferro e carbone, ha registrato un rialzo, sebbene più contenuto (+1,2%), perché la disruption dello Stretto impatta primariamente il petrolio ma ha effetti a catena su tutto il traffico marittimo della regione.
Il precedente più vicino è quello degli attacchi Houthi nel Mar Rosso tra ottobre 2023 e aprile 2024, quando BWET guadagnò il 21%. Questa volta lo scenario è potenzialmente più grave, perché lo Stretto di Hormuz movimenta volumi di petrolio e gas enormemente superiori rispetto al Bab el-Mandeb. Oltre 150 petroliere e navi gasiere si sono ancorate nelle acque aperte oltre lo Stretto, in attesa di capire come evolve la situazione, mentre altre decine sono bloccate dall'altro lato del collo di bottiglia. DP World ha sospeso le operazioni a Jebel Ali, il più grande porto container del Medio Oriente, e MSC ha bloccato tutte le prenotazioni cargo per la regione.
BWET è uno strumento estremamente volatile che traccia futures a breve termine. Se la crisi rientra e il traffico marittimo riprende, il prezzo può correggere con brutalità. Non è un ETF da comprare e dimenticare. È un trade direzionale che richiede monitoraggio costante e una chiara tesi sulla durata della disruption marittima. Per chi vuole un'esposizione meno adrenalinica al settore, BOAT è l'alternativa più equilibrata.
I settori sotto pressione: chi sta perdendo
Non sarebbe un'analisi completa se non guardassimo anche l'altro lato della medaglia. Ogni crisi energetica produce vincitori e perdenti, e in questo momento i perdenti sono abbastanza facili da identificare.
Le compagnie aeree sono le più colpite. L'U.S. Global Jets ETF (JETS) ha perso il 3,3% in pre-market il 2 marzo, e la direzione è chiaramente ribassista finché il petrolio resta elevato. Il carburante è la voce di costo principale per le compagnie aeree, e un barile di greggio a 80+ dollari comprime i margini in modo significativo. A questo si aggiunge la chiusura degli aeroporti del Golfo: Dubai, Abu Dhabi e Kuwait sono fuori servizio, e il traffico aereo internazionale nella regione è praticamente paralizzato.
Anche il settore della raffinazione soffre, il che può sembrare controintuitivo. Il VanEck Oil Refiners ETF (CRAK) ha perso l'1,6% in pre-market. Il motivo è che i raffinatori comprano greggio come input principale e lo trasformano in benzina e altri prodotti finiti. Quando il prezzo del greggio sale rapidamente, il "crack spread" — il margine tra il costo della materia prima e il prezzo del prodotto finito — si comprime, almeno nel breve termine, prima che i prezzi al dettaglio riescano ad adeguarsi.
Il settore retail e dei consumi discrezionali è un altro candidato alla pressione, perché l'aumento dei prezzi alla pompa erode il potere d'acquisto dei consumatori. Non è un effetto immediato come quello su JETS, ma se il petrolio resta alto per settimane, inizierà a riflettersi nelle aspettative di utile del settore consumer discretionary.
| ETF / Settore in calo | Ticker | Reazione pre-mkt | Motivo |
|---|---|---|---|
| U.S. Global Jets (Airlines) | JETS | -3,3% | Costo carburante + chiusura aeroporti Golfo |
| VanEck Oil Refiners | CRAK | -1,6% | Crack spread compresso dal greggio alto |
| Small cap (Russell 2000) | IWM | -0,9% | Risk-off penalizza le small cap |
| Tech / Nasdaq 100 | QQQ | -1,5% | Rotazione verso settori difensivi |
Le valute e il dollaro: il fattore spesso dimenticato
Un aspetto che chi investe da fuori gli Stati Uniti deve considerare attentamente è il movimento delle valute. Il dollaro americano si è rafforzato come bene rifugio. L'euro è sceso dello 0,3% a 1,1781 contro il dollaro. Il franco svizzero è salito ai massimi dal 2015 contro l'euro. La sterlina e il dollaro australiano hanno perso oltre lo 0,5%. Lo yuan cinese si è indebolito poiché la Cina è un grande importatore di energia e il principale acquirente del petrolio iraniano.
Per un investitore italiano in ETF denominati in dollari, il rafforzamento del biglietto verde rappresenta un vento favorevole aggiuntivo nel breve termine. Ma attenzione: se la crisi si protrae e l'economia americana inizia a risentire dei prezzi energetici elevati, la dinamica potrebbe invertirsi. È un fattore da tenere presente ma difficile da tradare con precisione.
Come mettere tutto insieme
Dopo aver analizzato i singoli pezzi del puzzle, proviamo a costruire un quadro d'insieme. Lo scenario attuale è caratterizzato da uno shock geopolitico di prima grandezza che sta producendo effetti simultanei su energia, difesa, metalli preziosi e trasporto marittimo. Il mercato azionario generale è in modalità risk-off, con una rotazione dai settori growth/tech verso i settori difensivi e le commodity.
Lasciatemi essere chiaro su un punto: nessuno degli ETF che ho analizzato in questo articolo rappresenta un consiglio di acquisto. Sono strumenti che stanno reagendo in modo significativo a un evento geopolitico di portata eccezionale, e il mio compito è aiutarvi a capire il perché e il come. La decisione di entrare, quando entrare e con quanto, dipende dalla vostra tolleranza al rischio, dal vostro orizzonte temporale e dalla vostra visione sugli scenari futuri.
Quello che posso dirvi, dopo vent'anni passati a leggere grafici e bilanci, è che le crisi geopolitiche tendono a premiare chi ha fatto i compiti prima e a punire chi rincorre i movimenti dopo che sono già avvenuti. I flussi che stiamo vedendo oggi su energia, difesa, oro e shipping non sono nati il 28 febbraio: si stavano accumulando da settimane, in alcuni casi da mesi. Chi aveva già queste posizioni in portafoglio sta beneficiando dello shock. Chi le apre ora deve essere consapevole che una parte del movimento è già avvenuta, e che il rischio di ritracciamento è tanto reale quanto l'opportunità di ulteriore rialzo.
Continuerò a monitorare la situazione e ad aggiornare le mie analisi man mano che il quadro si evolve. Nel frattempo, tenete gli occhi su tre cose: il traffico navale attraverso Hormuz, il prezzo del Brent come barometro dello scenario, e le dichiarazioni dei funzionari iraniani sulla successione. Tutto il resto è rumore di fondo.
