La settimana dal 26 al 30 gennaio 2026 resterà negli annali come una di quelle in cui i mercati hanno mostrato tutta la loro natura contraddittoria. Da un lato earnings che hanno premiato chi ha saputo cavalcare l'onda dell'intelligenza artificiale, dall'altro punizioni esemplari per chi ha deluso anche solo di un decimale. E poi la Fed, Trump, un nuovo presidente della banca centrale americana e un crollo dei metalli preziosi che ha fatto tremare i polsi a più di un investitore. Andiamo con ordine.
Europa: il PIL sorprende, SAP no
La settimana europea si è conclusa su toni decisamente positivi, almeno guardando i numeri di superficie. Lo STOXX 50 ha chiuso venerdì in rialzo dello 0,8% a quota 5.940 punti, mentre lo STOXX 600 ha guadagnato lo 0,5% portandosi a 610 punti. Per il mese di gennaio nel suo complesso, stiamo parlando di performance rispettivamente dell'1,9% e del 2,4%, numeri che testimoniano un inizio d'anno tutto sommato solido per il Vecchio Continente.
Il vero catalizzatore della giornata di venerdì è stato il dato sul PIL dell'Eurozona per il quarto trimestre 2025: una crescita dello 0,3% che ha battuto le previsioni degli analisti, ferme allo 0,2%. Può sembrare poca cosa, ma in un contesto in cui si temeva una contrazione, anche un decimale in più fa la differenza. Particolarmente significativo il dato tedesco: la locomotiva d'Europa è tornata a crescere dello 0,3%, la prima espansione dopo tre trimestri consecutivi di stagnazione. Un segnale che l'economia del blocco sta trovando una sua trazione, nonostante le incertezze geopolitiche e le minacce tariffarie che continuano ad aleggiare.
Ma non tutto è stato rose e fiori. Il giovedì ha visto protagonista in negativo SAP, il colosso tedesco del software enterprise, che ha registrato un crollo del 16% — il peggior giorno dal 2020. La colpa? Un cloud backlog cresciuto "solo" del 16% nel quarto trimestre, contro aspettative del 26%. In un settore dove ogni punto percentuale conta, una differenza di dieci punti equivale a una bocciatura senza appello. Il mercato ha bruciato oltre 40 miliardi di euro di capitalizzazione in una singola seduta, trascinando nel baratro anche i titoli software americani. La guidance per il 2026, che prevede un'ulteriore decelerazione della crescita cloud, non ha certo aiutato a calmare gli animi.
I ricavi sono cresciuti, i profitti sono aumentati, il free cash flow è quasi raddoppiato. Eppure il mercato ha punito il titolo perché la crescita del cloud backlog è stata del 16% invece del 26% atteso. Benvenuti nel 2026, dove non basta andare bene — bisogna andare esattamente come previsto.
Sul fronte delle note positive, Adidas ha guadagnato il 4% dopo aver annunciato un incremento del 13% dei ricavi nel 2025, raggiungendo un record storico. Bene anche il settore bancario con Deutsche Bank, Intesa Sanpaolo e UniCredit in evidenza. Al contrario, i titoli minerari hanno sofferto pesantemente nella giornata di venerdì, penalizzati dal crollo dei metalli preziosi: Anglo American, Glencore e Rio Tinto hanno ceduto tutte tra il 2,5% e il 2,7%.
USA: la Fed tiene, Big Tech si divide
La settimana americana è stata dominata da due temi: gli earnings delle Big Tech e la decisione della Federal Reserve. Partiamo dalla banca centrale. Mercoledì 28, come ampiamente previsto, il FOMC ha mantenuto i tassi d'interesse nel range 3,5%-3,75%, mettendo in pausa il ciclo di tre tagli consecutivi della fine del 2025. Jerome Powell ha descritto l'economia come "su basi solide", aggiungendo che "l'inflazione rimane leggermente elevata" ma i rischi sono diminuiti.
Due governatori hanno votato contro: Stephen Miran e Christopher Waller avrebbero preferito un taglio di 25 punti base. Entrambi nominati da Trump, il loro dissenso ha alimentato le speculazioni sul futuro della Fed. Speculazioni che si sono concretizzate venerdì, quando Trump ha annunciato la nomina di Kevin Warsh come prossimo presidente della Federal Reserve, in sostituzione di Powell a partire da maggio.
Ma la vera volatilità è arrivata dagli earnings. I risultati delle Magnificent Seven hanno diviso il mercato in vincitori e vinti, con reazioni violente che hanno ricordato a tutti quanto il mercato sia diventato intollerante verso qualsiasi delusione.
| Titolo | Reazione | Motivo principale |
|---|---|---|
| Meta | +10,4% | Ricavi Q4 a $59,9 miliardi (+24% YoY), guidance AI aggressiva |
| Microsoft | -10% | Azure +39% vs attese 39,4%, capex +66% preoccupa |
| Tesla | -3,5% | Secondo anno consecutivo di calo vendite |
| Apple | +0,6% | iPhone 17 successo in Cina, 12° trimestre consecutivo sopra attese |
Il caso Microsoft merita un approfondimento. La società ha battuto le stime su ricavi e utili, il cloud ha generato oltre 51 miliardi di dollari di fatturato trimestrale, il backlog ha superato i 625 miliardi. Eppure il titolo ha perso il 10%, bruciando 357 miliardi di dollari di capitalizzazione — la seconda maggiore perdita di valore nella storia del mercato americano. Il motivo? Azure è cresciuta del 39% invece del 39,4% atteso. Mezzo punto percentuale di differenza, 357 miliardi di dollari in fumo. È il paradosso del mercato contemporaneo, dove le aspettative sono così elevate che anche superarle leggermente non basta più.
Meta, al contrario, ha brillato. Mark Zuckerberg ha annunciato investimenti in AI tra 115 e 135 miliardi di dollari per il 2026, e il mercato ha applaudito. La differenza? Meta ha comunicato che sta spendendo aggressivamente per costruire "superintelligenza personale", mentre Microsoft ha ammesso che Azure sta soffrendo di vincoli di capacità che persisteranno almeno fino a fine anno fiscale.
La giornata di venerdì è stata particolarmente movimentata. La nomina di Kevin Warsh ha scatenato un selloff sui metalli preziosi: l'oro è crollato del 9%, l'argento ha perso oltre il 20% in una singola seduta. Il mercato ha interpretato la scelta come un segnale di maggiore disciplina monetaria futura, nonostante Warsh abbia recentemente cambiato posizione, allineandosi alla richiesta di Trump per tassi più bassi. Gli indici azionari hanno chiuso in calo (S&P 500 -0,4%, Nasdaq -0,9%), ma hanno comunque archiviato un gennaio positivo.
Cina: rally di gennaio, venerdì amaro
Il mercato cinese ha vissuto una settimana di luci e ombre, con un finale decisamente in rosso che ha però solo scalfito un gennaio complessivamente molto positivo. Lo Shanghai Composite ha chiuso venerdì in calo dello 0,96% a 4.118 punti, mentre lo Shenzhen Component ha ceduto lo 0,66% a 14.206. Il CSI 300, l'indice che raggruppa le 300 maggiori società quotate, si è attestato a 4.658 punti.
Il crollo di venerdì è stato guidato dal selloff sui metalli preziosi che ha travolto i mercati globali. I titoli minerari cinesi sono stati tra i più colpiti: Zijin Mining ha perso il 7,6%, CMOC Group e Aluminum Corporation of China hanno toccato il limite massimo di ribasso giornaliero del 10%, China Northern Rare Earth ha ceduto l'8,1%. Un bagno di sangue settoriale che ha ricordato agli investitori quanto rapidamente possano invertirsi i trend speculativi.
Ma il dato mensile racconta una storia diversa. Shanghai ha guadagnato il 3,76% a gennaio, Shenzhen addirittura il 5,03%. Il rally di inizio anno è stato alimentato dalle aspettative di nuovi stimoli governativi e dai progressi nel settore dell'intelligenza artificiale, con i titoli tech e AI che hanno guidato i rialzi. Morgan Stanley ha segnalato che il proprio indice di sentiment sulle A-shares ha superato il 91%, la soglia che indica "surriscaldamento", per la prima volta da settembre 2024.
La CSRC (China Securities Regulatory Commission) ha intensificato la stretta sul trading speculativo. Dal 19 gennaio, i margini richiesti per gli acquisti a leva sono stati aumentati dal 80% al 100%, eliminando di fatto la possibilità di comprare azioni a credito su nuove posizioni. La mossa mira a raffreddare gli eccessi senza stroncare il rally, promuovendo quello che i regolatori chiamano un "mercato toro lento" piuttosto che una bolla speculativa.
Le autorità di Pechino hanno chiarito di volere un mercato che cresca in modo sostenibile piuttosto che esplosivo. La CSRC ha annunciato tolleranza zero verso la manipolazione di mercato e la speculazione eccessiva, promettendo di "prevenire oscillazioni brusche". Un influencer finanziario è stato multato per 83 milioni di yuan (circa 12 milioni di dollari) per aver manipolato i prezzi attraverso raccomandazioni sui social media. Il messaggio è chiaro: crescere sì, ma senza eccessi che potrebbero destabilizzare il sistema.
Sul fronte macro, le prospettive per il 2026 rimangono costruttive. Gli analisti di UBS, Goldman Sachs e Morgan Stanley prevedono un altro anno positivo per le azioni cinesi, sostenute dall'innovazione tecnologica, dalle politiche accomodanti e dal graduale spostamento dei risparmi delle famiglie dal settore immobiliare al mercato azionario. Il CSI 300 ha già guadagnato quasi il 23% su base annua, e la sensazione è che ci sia ancora spazio per crescere, purché la crescita avvenga in modo ordinato.
Lo sguardo in avanti
Questa settimana ci ha ricordato alcune verità fondamentali dei mercati moderni. Le aspettative contano più dei risultati assoluti: Microsoft ha battuto le stime ma è stata punita, SAP ha deluso di un soffio ed è crollata. Il ciclo delle Big Tech sta entrando in una nuova fase, dove non basta più crescere — bisogna crescere esattamente quanto promesso, e possibilmente di più. L'intelligenza artificiale continua a essere il tema dominante, ma il mercato sta diventando sempre più selettivo nel premiare chi investe in AI e chi invece viene percepito come in ritardo.
In Europa, i dati sul PIL offrono un cauto ottimismo. La Germania che torna a crescere è un segnale importante per tutto il continente. Ma la dipendenza del settore tech europeo da pochi campioni nazionali — SAP in Germania, ASML in Olanda — espone i listini a rischi di concentrazione che questa settimana si sono materializzati in modo evidente.
In Cina, il braccio di ferro tra speculazione retail e regolamentazione continuerà. Pechino vuole un mercato toro, ma controllato. Gli investitori farebbero bene a tenere d'occhio le mosse della CSRC tanto quanto i fondamentali delle singole società.
Infine, negli Stati Uniti, la nomina di Kevin Warsh apre un nuovo capitolo per la Federal Reserve. I prossimi mesi saranno cruciali per capire se l'indipendenza della banca centrale verrà preservata o se le pressioni politiche prevarranno. In un mondo dove ogni parola di un banchiere centrale può muovere miliardi, la posta in gioco non potrebbe essere più alta.
