Una settimana che difficilmente dimenticheremo. La guerra in Medio Oriente ha stravolto ogni equilibrio, il petrolio ha registrato il più grande balzo settimanale della storia e i dati sul lavoro americano hanno gettato benzina su un fuoco già fuori controllo. Vediamo nel dettaglio cos'è successo.
Europa: la settimana più nera da aprile 2025
Non c'è modo di addolcire la pillola: per le borse europee è stata la peggiore settimana degli ultimi undici mesi. Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran — battezzato "Operation Epic Fury" — ha dominato ogni singola seduta, trascinando a picco gli indici e risvegliando lo spettro di una crisi energetica nel cuore del Vecchio Continente.
La settimana è partita male lunedì con lo STOXX 600 in calo dell'1,6%, per poi precipitare martedì con un pesantissimo −3,2% che ha colpito tutti i settori senza eccezioni: banche, assicurazioni, utility, persino il comparto della difesa — che era partito in positivo — ha ceduto quasi il 3%. Il turismo e il tempo libero hanno subìto un duro colpo per le chiusure degli spazi aerei in Medio Oriente, con compagnie aeree di tutto il mondo costrette a cancellare migliaia di voli.
Mercoledì i mercati hanno tirato un piccolo sospiro di sollievo con un rimbalzo dell'1,4% sullo STOXX 600, aiutati dal temporaneo rallentamento del rally petrolifero e da alcune voci (poi non concretizzatesi) di contatti diplomatici tra Tehran e Washington. Ma la tregua è durata poco: giovedì e venerdì le vendite sono riprese, con il DAX tedesco e il FTSE MIB italiano tra i più penalizzati.
Il vero problema per l'Europa è il petrolio. Con il greggio in impennata di quasi il 28% in una settimana sulla versione Brent e il gas naturale in tensione per lo stop alla produzione di GNL in Qatar, tre esponenti della BCE hanno lanciato un avvertimento chiaro: se il conflitto si allarga, l'inflazione nell'Eurozona potrebbe risalire proprio mentre la crescita inizia a rallentare — una combinazione che agli investitori fa venire i brividi, perché ricorda quella parola che nessuno vuole sentire: stagflazione.
I dati flash Eurostat di martedì hanno mostrato un'inflazione al 1,9% a febbraio, leggermente sotto il target BCE del 2%, ma il contesto è cambiato rapidamente. Il dato, che in un'altra settimana sarebbe stato rassicurante, è passato quasi inosservato mentre i prezzi dell'energia salivano senza freni.
La tensione geopolitica ha avuto anche risvolti intra-europei. La Spagna ha rifiutato di concedere le proprie basi agli Stati Uniti per le operazioni contro l'Iran. La risposta di Trump è stata diretta: "taglieremo tutti i commerci con la Spagna". L'IBEX 35 ha oscillato violentemente, chiudendo mercoledì in rialzo del 2,5% (in un rimbalzo tecnico) per poi tornare a scendere giovedì e venerdì.
Sul fronte corporate, Thales ha presentato risultati annuali solidi con ordini record a 25,3 miliardi di euro e utili in crescita del 6%. Lufthansa ha battuto le attese degli analisti. In negativo, invece, Zealand Pharma ha perso oltre il 32% in una sola seduta dopo risultati deludenti dei trial clinici per un trattamento sperimentale contro l'obesità sviluppato insieme a Roche, che a sua volta ha ceduto quasi il 3%.
USA: il petrolio a $90 e il lavoro che non c'è
Se l'Europa ha sofferto, Wall Street ha tenuto meglio — almeno per gran parte della settimana. Ma venerdì è arrivata la doccia fredda che ha ribaltato tutto: i dati sull'occupazione di febbraio e il petrolio oltre i $90 al barile hanno trasformato un calo settimanale gestibile in una chiusura da dimenticare.
Lunedì i mercati americani hanno mostrato una resilienza notevole: nonostante un calo iniziale superiore all'1%, l'S&P 500 ha chiuso praticamente invariato (+0,04%) e il Nasdaq è riuscito addirittura a guadagnare lo 0,36%. Gli investitori hanno comprato il dip sui big del tech come Nvidia e Microsoft, e i titoli della difesa sono decollati con Lockheed Martin a +6% e Northrop Grumman a +5%. I dati storici — che mostrano come i mercati tendano a recuperare entro due settimane da un evento geopolitico — hanno sostenuto il sentiment.
Martedì e giovedì sono stati più pesanti, con il conflitto in escalation e il petrolio che macinava nuovi massimi giorno dopo giorno. Mercoledì, però, c'è stato un rimbalzo significativo: l'S&P ha chiuso a +0,78% e il Nasdaq a +1,29%, sostenuti dai chip (Micron e AMD oltre il +5%) e da dati ADP sull'occupazione privata migliori delle attese. Il Bitcoin ha superato i 70.000 dollari per la prima volta in due settimane, con alcuni investitori che lo hanno riscoperto come bene rifugio alternativo.
Poi è arrivato venerdì, e con esso il rapporto sull'occupazione di febbraio. I numeri hanno colto tutti di sorpresa: l'economia americana ha perso 92.000 posti di lavoro, contro attese di un aumento di circa 50.000-60.000 unità. Il tasso di disoccupazione è salito al 4,4%. Non è "solo" un numero debole — è il terzo mese negativo negli ultimi cinque, e le revisioni hanno peggiorato anche dicembre (da +48.000 a −17.000). Il settore sanitario, che era stato il principale motore delle assunzioni, ha perso 28.000 posti a causa dello sciopero alla Kaiser Permanente. I salari medi orari, però, sono saliti dello 0,4%, alimentando i timori di una spirale in cui l'economia rallenta ma i prezzi continuano a salire.
Il petrolio WTI ha chiuso a $90,90 al barile venerdì, registrando un guadagno settimanale del 35,6% — il più grande nella storia dei futures sul greggio dal 1983. Quando il Presidente Trump ha dichiarato via Truth Social che non ci sarà "nessun accordo con l'Iran senza resa incondizionata", i prezzi hanno accelerato ulteriormente. Il VIX, l'indice della paura, è schizzato ai massimi da aprile.
Sul fronte corporate, Marvell Technology ha brillato con un +14% grazie a risultati trimestrali trainati dalla domanda di chip per l'intelligenza artificiale. BlackRock, al contrario, ha perso il 7% dopo aver limitato i riscatti da uno dei suoi fondi di credito privato — un segnale che ha innervosito più di qualcuno. Gap ha deluso con utili leggermente sotto le attese.
La combinazione di un mercato del lavoro in deterioramento e prezzi dell'energia alle stelle crea uno scenario da manuale per la stagflazione. I rendimenti dei Treasury a 10 anni sono saliti al 4,14% dall'3,96% di inizio settimana (il balzo settimanale più ampio da aprile), segnalando che gli investitori stanno scontando un'inflazione più persistente. La Fed, intrappolata tra crescita debole e prezzi in salita, potrebbe trovarsi con le mani legate. I mercati dei futures hanno anticipato il prossimo taglio dei tassi a luglio.
Cina: il nuovo piano quinquennale e un target PIL che fa riflettere
Mentre il Medio Oriente bruciava e Wall Street vacillava, a Pechino si svolgeva un evento che avrà conseguenze ben più durature: l'apertura del Congresso Nazionale del Popolo (NPC) con la presentazione del 15° Piano Quinquennale e del Rapporto di Lavoro del Governo da parte del Premier Li Qiang.
Il dato che ha catalizzato l'attenzione è stato il nuovo target di crescita del PIL fissato al 4,5–5%, il più basso dal 1991 e la prima volta che Pechino scende sotto la soglia del "circa 5%" mantenuta negli ultimi tre anni. Attenzione però: non è necessariamente una cattiva notizia. Si tratta piuttosto di un cambio di paradigma, con il governo che ammette di voler privilegiare la qualità della crescita rispetto alla quantità, in un contesto segnato dalla crisi immobiliare ancora in corso, dalla deflazione persistente e dalle tensioni commerciali con gli Stati Uniti.
Sul piano fiscale, Pechino ha confermato un deficit al 4% del PIL (il livello più alto della storia recente), con una spesa pubblica che per la prima volta supererà i 30.000 miliardi di yuan. Il governo emetterà 1.300 miliardi di yuan in titoli di Stato speciali a lunghissimo termine e 4.400 miliardi in obbligazioni speciali per i governi locali. L'obiettivo dichiarato è sostenere il consumo interno, finanziare l'innovazione tecnologica e gestire l'enorme debito degli enti locali.
I mercati hanno reagito in modo contrastato. L'Hang Seng ha toccato mercoledì i minimi da dicembre 2025, scendendo fino a quota 25.060, penalizzato sia dalle turbolenze globali sia dalla delusione per l'assenza di stimoli più aggressivi. Giovedì, però, si è verificato un rimbalzo dell'1,7% dopo le dichiarazioni del Premier Li Qiang che ha ribadito l'impegno del governo a sostenere la crescita e dopo voci (poi smentite) di un contatto diplomatico iraniano verso gli USA. Il rimbalzo si è poi parzialmente ridimensionato nel pomeriggio quando i futures americani sono crollati.
Shanghai e Shenzhen hanno contenuto i danni in modo decisamente migliore rispetto a Hong Kong. Lo Shanghai Composite ha perso meno dell'1% nella settimana, beneficiando del focus degli investitori domestici sulle priorità del Piano Quinquennale: intelligenza artificiale, semiconduttori avanzati, economia verde e autosufficienza tecnologica. I settori legati all'innovazione hanno retto bene, con Sanan Optoelectronics e Shanghai Electric tra i titoli più comprati.
Il nuovo piano 2026-2030 segna una svolta strategica per Pechino. I pilastri sono chiari: autosufficienza tecnologica (circuiti integrati, aerospaziale, biomedicina), transizione verde, rilancio dei consumi interni e lotta all'"involution" — la competizione eccessiva e autodistruttiva tra imprese domestiche che porta a sovrapproduzione. La spesa tecnologica manterrà una crescita annua del 10%, con particolare attenzione all'IA e alla manifattura avanzata. Per chi investe in Cina, il messaggio è chiaro: la crescita ci sarà, ma non sarà più "a pioggia" — premierà chi si posiziona sui settori giusti.
Va segnalato anche un dato macro che non è passato inosservato: l'indice PMI manifatturiero cinese si è contratto per il secondo mese consecutivo a febbraio, segnale di una domanda interna ancora debole nonostante le esportazioni resilienti. A Hong Kong, le vendite al dettaglio hanno rallentato al +3,4% a gennaio dal +5,1% precedente. Elementi che confermano come la ripresa cinese resti fragile e dipendente dall'efficacia delle misure di stimolo annunciate.
Cosa portarsi a casa da questa settimana
Se dovessi riassumere questa settimana in un concetto, direi: repricing del rischio. I mercati, che fino a venerdì scorso convivevano con la guerra in Iran come un rischio lontano, hanno dovuto fare i conti con la realtà di un petrolio a $90, uno Stretto di Hormuz praticamente bloccato e un'economia americana che perde posti di lavoro. L'Europa è la più esposta per la dipendenza energetica, gli USA restano relativamente più protetti ma non immuni, e la Cina gioca una partita a sé, concentrata sul proprio riposizionamento strategico.
Per la prossima settimana, gli occhi saranno puntati sull'evoluzione del conflitto in Iran (che al settimo giorno non mostra segni di de-escalation), sui dati CPI americani che ci diranno se l'inflazione sta già risalendo, e sulla prosecuzione dei lavori dell'NPC a Pechino. In un contesto del genere, la selezione dei titoli diventa più importante che mai. Il mercato non premierà più tutto indiscriminatamente — e questo, per chi sa fare stock picking, potrebbe essere un'opportunità.
